Per il nuovo Ep della Radiance qualche settimana fa mi è stato chiesto di fare un remix. È la prima volta che mi succede, quando ci avevo provato in passato -e le poche volte che ci ero riuscito- erano idee partite da me e non certo con lo scopo di mandarle all’autore orginale. Non avevo nessun obbligo nei confronti di nessuno se non di me stesso. Questa volta invece si, mi era stato chiesto, e la richiesta sottointendeva anche “fai un bel lavoro che non siamo qui a chiedertelo per caso”. Mi sono impegnato, ci ho pensato e lavorato moltissimo, ma non è venuto fuori nulla che mi piacesse. Ne avevo uno che girava più dubstep, uno minimalanza intransigente e un’originale che non mi faceva volare, diciamo così (senza voler peccare di presunzione, semplicemente mi sembra un onesto lavoro senza particolari meriti né difetti). Poi ho smesso di pensarci per qualche giorno, mi sono ubriacato un paio di volte e tutte le volte che tornavo a casa mi ascoltavo la roba DeepChord -che in questo periodo magari non si addice al clima- e pensavo che avrei voluto fare una cosa come quella. È stata un’apparizione che prendeva in mezzo Rod Modell e Moritz Von Oswald e mi diceva “pensa al dub, vai in profondità”.
Francamente? Al dub ci penso in continuazione ma lo penso sbagliato, non è il tiro della drum machine o l’indovinare una melodia azeccata, o meglio non sono tutto. Pensare al dub voleva dire pensare alla profondità del suono, cercare di essere in sintonia con ciò che si vuole produrre, avrei preso i 4 sample che mi piacevano di più e da lì sarei partito e lì sarei arrivato. Mi sento abbastanza soddisfatto, forse erano più “belle” le altre due versioni ma questa è l’unica che accetto come mia al 100%.





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