Il mestierare, l’artigianato -un po’ folkloristico magari- a cui si deve dare cura e dedizione per ottenere qualcosa, è un’arte non facile quanto possa sembrare, essere dei bravi artigiani o dei poser qualsiasi è segnato da un limite sottile tanto quanto il solco di un vinile appena stampato. The Roots è qualità diffusa negli anni, raccogliendo poco rispetto a quanto detto, fatto e concluso, e anche questa volta il colpo ha raggiunto l’obiettivo. Magari non al centro perfetto, ma da che li conosco mi sono persuaso del fatto che un disco perfettino non sarebbe un disco dei Roots. Rising Down è la continuazione di ciò che sono e resteranno i ragazzi di Philadelphia, mai una goccia di sangue in meno anche quando il concetto stesso di protesta viene diluito all’interno della frammentazione dei mezzi informativi (e dove qui trova forza di ritorno, una forza apparente quasi quanto quella centrifuga), ma è la forma che conta e su questa non si sbaglia.
L’appartenenza culturale, la coerenza, l’onesta intellettuale sono parole e idee che hanno basi solide tanto quanto il detto che inizia con “verba manent”, i Roots però scolpiscono e modellano con precisione anno dopo anno questi pensieri, e lo fanno con una bravura che ormai non stupisce più, ed è un peccato, perchè se da un lato le cose vanno sempre alla grande dall’altro sono anche le stesse cose che conosciamo come le nostre tasche. Non è un male assoluto, anzi, ma trovare rassicurante un gruppo come questo è un esercizio yoga degno solo della distanza linguistica che non permette di rabbrividire nella giusta misura.
Presenti, tra i tanti: Talib Kweli in gran forma, Mos Def che dovrebber lasciar perdere la telecamera e tornare a fare il rapper e Dice Raw appena uscito da un mondo parallelo.





Verba, veramente, volant..
O era sottile ironia e non l’ho capita?
Nessuna delle due, ho proprio sbagliato!