Una città bellissima. Troppe cose da vedere in così poco tempo, troppe cose da fare in così poche serate. Dal Ku’Damm passando per Potsdam e finendo dentro a Oranienstrasse lungo tutta Kreuzberg, dal passato remoto distrutto e ricostruito fino alla rinascita post-muro, la storia travagliata di due città in una e un’efficienza, una gentilezza e un mangiar bene inaspettato.
Berlino è una città inaspettata, da un angolo vedi la sede di qualche azienda dentro ad un grattacielo di Renzo Piano e sotto ai tuoi piedi pesti il tracciato segnato dal muro, senza sentirti in nessun modo in peccato con la storia, anzi, vivendo appieno ciò che rappresenta Berlino dal dopoguerra ad ora, passando per la svolta della riunificazione. Se c’è qualcuno che ha imparato a rimboccarsi le maniche è il berlinese, e con lui chiunque arrivi in città. Potsdamer Platz era attraversata da quella colata di cemento comunemente conosicuta come muro, è stata il simbolo assieme al Checkpoint Charlie della stupidità e dell’ingiustizia formalmente riconosciute, ora è una stazione di vetro, grattacieli dalle forme strane, l’hq europeo di Sony, il cinema in 3d. Del muro c’è qualche pezzo, molte scritte post-1989, moltissime gomme masticate appiccicate, un finto militare che vende finti passaporti russi. Berlino rimboccandosi le maniche, con una voglia di ripartire covata per 40 anni si è dimenticata di ricordare. Quando se lo ricorda costa 12,50€.
Però non puoi dargli troppo torto nell’aver rinnovato tutto, specie se la pinacoteca federale ha questo aspetto, gli uffici dei ministri stanno dentro a palazzi come questo e nessuna auto blu era parcheggiata nei dintorni.
Kreuzberg è l’immigrazione ai tempi del turismo, di internet con il wifi e dei locali con la bandiera turca esposta fuori in pieno clima prepartita. Se tutto funziona a meraviglia è anche merito loro che guidano gli autobus e i taxi, non permettono a starbucks di aprire nelle loro vie ma ti offrono tutto e meglio di quanto l’americano potrebbe fare, colorano i propri palazzi, aprono boutique di abiti homemade, girano con auto degli anni ‘90 e hanno Hardwax al terzo piano (Basic Channel al quarto) di Paul-Lincke-Ufer 44.
Ero più agitato prima di entrare da Hardwax che prima dell’esame di maturità. Dentro è il mio personalissimo paradiso, divisione in US labels ed euro labels, tutta la M series di Maurizio, la roba Basic Channel, Chain Reaction, Underground Resistance, Strictly Rhythm, Dance Mania, uZiq, Tempa, Hyperdub, tutto cazzo. C’era tutto.
Una figata immensa e poche storie (specie quando i dischi te li consegna lui a destra, aka lui, già conosciuto qui).
In agghiunta, a Berlino ho ascoltato soprattutto questa roba qui:
1. James Ruskin – Scene
2. The Fix – Duck Butter
3. Conforce – Junction
4. Smith & Selway – Total Departure
5. Andrea Roma – Prosciutto
6. Anja Schneider – Mole
7. Redshape – Plonk (dub)
8. Atjazz – Love Someone (Atjazz Deeper Mix)
9. Pilooski – Love Is Wet

Ora, ognuno ha le proprie fonti e tra quelle che tengo ben stretto per me e quelle ovvie, c’è Dance Revolution dei mesi scorsi e da qualche giorno il ritorno del Deejay Time. Belli o brutti segnano entrambi la sottile linea che sta tra l’essere un duo di dj milanesi che fanno roba fidget ad essere la coppia di produttori più spinta sul programma delle due del pomeriggio del maggior network radiofonico privato. Cartina tornasole, ecco come si dice.
Redshape aka redshape non ha nome né volto, si presenta con 



murato!