Archivio per la categoria 'Autodafé'

Identità sublimata

Vuoto, come perdere un nemico

Ci sono realtà sotterranee che lavorano continuamente, senza sosta, rosicchiano un po’ qui un po’ lì, distraggono dal focus e fanno cose eccezionali mantenendo sempre un profilo in esposizione parecchio basso. Ma di qualità, sempre. È il breve riassunto dell’operato di un’etichetta che in tanti anni di glorioso lavoro ha deciso, segno dei tempi e di forze troppo grandi, di chiudere i battenti per quanto riguarda la pubblicazione. Rimane la distribuzione, un’attività filantropica di ricerca e diffusione. Clone è arrivata nel ‘92 pubblicando il progetto Orx, nientaltro che il monicker di Serge Verschuur, proprietario della neonata label. Nel corso degli anni, lavorando sempre sottoterra, è arrivato a fare grandi cose la Clone, pubblicando nel 2002 l’epitaffio dei Drexciya, quel Grava 4 che non poteva essere meglio di quanto non lo è stato. Poi il Rat Lab XL progetto di Stinson, gli ADULT, i Putsch ‘79, la Djack Up Bitch e le sue pubblicazioni intelligenti con Kettel e Octogen e la suprema Clone Classic Cuts, che continuerà ad esistere, almeno lei.
Nell’era degli mp3, dei dj chiavetta e di quelli che comunque resistono comprando della gomma, la Clone alza bandiera bianca e dice che nonostante tutto ne è valsa la pena, anticipando quel suono di reissue disco dei vari Hercules, Polar e Todd Terje.

Non ho mai suonato nulla, credo, pubblicato dalla Clone, è roba che non apprezzavo molto per la mia attività di dj. Ma mi dispiace, perchè non si può essere buoni senza un nemico.

Allora balliamo d’architettura?

…I personally think the importance of reviews in dance music has waned since the beatport/juno age came onstream. Apart from being useful in alerting me to the existence of a track, I’ll always sample a track myself and trust my own ears rather than rely on anything a journalist says, who after all, is just some other dude who likes house/techno. I guess the opinion of a journalist you respected was more important in days gone by. Which isn’t to diss dance music journalism, I just prefer reading well conducted interviews or articles that talk about the scene in a general way, rather than reviews of individual tracks. (estratto dai commenti, qui)

La cosa ha senso. Parecchio. La vedo anche io pressappoco come l’uomo qui sopra, con l’avvento di mezzi giganteschi come beatport o juno il tenersi informati sulle ultime uscite attraverso un blog piuttosto che una webzine penso sia diventato, non inutile, ma di contorno rispetto ad una posizione assai più dominante degli anni passati. La frammentarietà di certe scene musicali (quella elettronica in questo caso, ma penso anche al volume di uscite hiphop) fino a qualche tempo fa poteva essere districata grazie alla guida di gente come Zingales, Luca Galli o Martin Clark su Pitchfork. Ora accendi il pc, avvii mozzilla e ti ascolti bene o male tutto quello che ti propone un catalogo che è banalmente lo scibile musicale. E lo ascolti in preview, gratis. E se vuoi puoi anche scaricartelo, gratis. Non è neanche più lo stesso campo da gioco di prima.
L’enorme utilità di webzine\blog\whatever è quella del saper fornire approfondimento, su una scena piuttosto che su un artista intervistandolo, oppure parlando di cose marginali alla musica ma con cui hanno a che fare, dai RayBan Wayfarer, al tal locale quanto bello o brutto è fino alla recensione di apparecchiature audio (d’ascolto o da produzione). Mi spiego la nascita ed il successo degli m-blog, ma mi spiego ancora di più perchè ritengo che il network che ognuno di noi crea conoscendo e seguendo blog musicali abbia superato in utilità ciò che dentro a Blow Up, Rumore e compagnia prende via metà buona del giornale, ovvero il raccontino del disco. A volte un bel raccontino, altre volte più mediocre del disco di cui racconta, ma tutto sommato nulla che già non sapessimo (quasi, dai)

È tutto una merda

Siamo degli stronzi, ipocriti, ci piace fottere e drogarci, ascoltiamo musica ripetitiva a tutto volume in giocattoli portatili. Siamo troppo figli del nostro tempo e il nostro tempo è malvagio e cattivo costruito da immagini che obnubilano le nostre menti. Non ci interessiamo di cultura e politica, il massimo spazio che raggiungiamo è il MySpace.

Si ma chi ci ha educati a tutto ciò?

Non ci si pone nemmeno la domanda ma il catastrofismo senile che puntualmente affligge la stampa italiana è degno di un manuale. Questa volta* non sono arrivato alla fine in una lettura sola, provateci voi, ma prima un assaggino:

Ma la tarda modernità è, in tutti i campi, così disgregata e informe da scoraggiare gli atteggiamenti di negazione, di rivolta o di sfida. Ove tutto si equivale, come è possibile mutare l’esistente? I nonni di oggi, la generazione che «ha fatto il ‘68», voleva cambiare il mondo, i loro nipoti si accontentano di cambiare il vecchio cellulare con l’ultimo iPod. (il prima e il dopo, qui)

* L’autrice è cattedratica di Psicologia Dinamica all’Università di Pavia. Ci avevo giurato dal primo paragrafo, il linguaggio usato, la struttura delle frasi, tutto uguale a come è scritto nei miei manuali. Ci sono ancora affezionato a certi modi di fare, ma lasciare la strada battuta da certi dinosauri (nonostante la professoressa Finzi non sembri particolarmente aged) che si ostinano a voler tratteggiare un’umanità giovanile distrutta è un alleggerimento dell’anima. Ehi siamo d’accordo, i miei coetanei fanno parecchio cagare, ma ho idea che percentualmente ogni fascia di età abbia la sua buona dose -pressoché costante- di merda al suo interno, con la differenza che molti autorevoli e non spendono parole per chi va da dai 15 ai 30 anni mentre per gli over30 lasciamo Muccino a dare lezioni. Ad ognuno il suo, tiè.

L’antico rito

Fa sempre un po’ di tristezza che i governi abbiano paura di mandare il proprio emissario alla commemorazione della strage del due agosto a Bologna. Ormai ci si abitua (quasi) a tutto.

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