Archivio per la categoria 'legna d'annata'

L’uomo che sussurrava ai tamarri

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -”piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.

Dove eravamo tutte quelle notti?

One More Tune di Tom Middleton, cd mixato prima e cd unmixed poi con dentro dei “remodel” che sono già feticci. Come ho fatto a vivere finora?
Middleton va a spasso per 20 anni -forse qualcosa di più- di clubbing e se ne esce con una compila gigantesca di 15 canzoni tirate all’esatto opposto dei mille titoli snocciolati nei podcast visti e sentiti negli ultimi anni. Si sapeva già la pasta dell’uomo (cfr. Jedi Knights, Global Communication, Secret Ingredients aka imprescindibilità) ma questo doppio è un regalo commovente da parte di chi ha insegnato a generazioni di produttori come mettere assieme “la cosa”.
Ma poi, questo take su Derrick May, dai, con quel piano lì che viene fuori e si spezza e poi parte tutta la fanfara ed è il dramma…

Uno di cui la gente si fida

Burial & Four Tet – Moth;
Beat Pharmacy – Rooftops;
Intrusion – Tswana Dub (Beat Pharmacy dub);
Claude VonStroke – Who’s Afraid Of Detroit (Deepchord rmx);
STL – Silent State;
Redshape – Telefunk;
Ricardo Villalobos – 808 The Bassqueen;
Ame – Ensor \ Sebrok – Concorde;
Moderat – Rusty Nails (Booka Shade rmx);

SushiNoGoten – Moonwalking on the wild side

Un film di genere

Giorni di vacanza: Dimitri From Paris con un triplo sulla disco\dance anni ‘80 dubbata, il nuovo ep -Pale Horses- di Moby con un take ultra di Gui Boratto dopo il suo disco bruttarello, Patrice Scott con Far Away di gran classe e la compila Tectonic Plates vol.2 con un sacco di figatissime dubstep (Skream, Benga, 2562, Pinch, Martyn & co.) e un bel mix dello stesso Pinch nel secondo disco. Ma pure un po’ di suore negre vestite pure bene non è che ci sta male.

So underground it hurts

logo_3_enIl mutek è uno dei festival di musica elettronica più interessanti sulla scena. Meno hyperism del Sònar, meno cerchiobottista di Dissonanze, meno bussone del Movement. Che messa così sembra non abbia nessuna qualità ed invece la sua migliore qualità è proprio la qualità (ma ha il difetto di essere a Montreal, un filino fuori mano). Quest’anno festeggiano i dieci anni di attività con (in ordine casuale):

Pilloski, Jaki Liebzeit + Burnt Friedman, Appleblim, Deadbeat, Moderat, Robert Henke (Monolake) + Christopher Bauder, Fehlmann, Moeller, The Mole, Ikeda, Alva Noto, Atom TM, Beytone, Mathew Jonson, Carl Craig, Villalobos, Akufen.

Distribuiti in quattro giorni, più visioni e incontri sull’era digitale (che fa molto ‘99 dire era digitale), tra cui sbavo nel segnalare: incontro sul mastering assieme a Pole, Ableton Live 8 con Deadbeat, nuovi trend nella diffisuone della musica, il workshop Serato su Scratch Live, realtime sampling & looping con due capoccioni della Cakewalk e Roland, ma soprattutto un incontro capitanato da Sherburne (giornalista di The Wire) assieme a Fehlmann (Orbital), Uwe Schmidt (Atom  TM, Senor Coconut) e Tobias Freund (Pink Elln) in cui si parlerà di musica techno, come si è sviluppato il movimento in Europa dalla fine degli anni ‘80 e sicuramente qualche aneddoto divertente e un po’ triste.

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