Archivio per la categoria 'legna d'attualità'

L’uomo che sussurrava ai tamarri

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -”piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.

There’s a light that never blabla

Il suo nome è Kieran Hebden aka Four Tet, noto a molti grazie al meraviglioso disco Rounds, nel 2009 ha sorpassato a destra tutti assieme a Burial in Moth/Wolf Cub. Adesso ci riprova, da solo.

The man with the case

The Man With The Case è il titolo del nuovo disco di Samuel L Session. È techno notturna, profonda e morbida. È una storiella d’amore che sapevi sarebbe arrivata, ti aveva chiamato annunciandosi, ma tu sei riuscito a sorprendertene comunque. È la ruffianità implicita dentro certi suoni e il loro inevitabile sedurre chi li ascolta, tra armonie di respiro, battiti midtempo e mani calde mentre fuori è freddo. Sono facili speranze di andare oltre il tunneling e approdare in un panorama sonoro capace di far scattare la trance del ballo lavorando sull’inseguimento reciproco piuttosto che sul prendersi direttamente a cazzotti e abbandonarsi poco dopo. È storia d’altri tempi e posti non così marci, è roba normale e che funziona bene per la durata di tutto un disco.

Quel sapore particolare

The Bunker podcast 60: duecento mega di sturm und drang ma soprattutto di BOOM! con Surgeon ai piatti. Mai in forma come quest’anno.

Cancel cancel

Shackleton è tornato con un monolite intitolato Three EPs pubblicato per i giovanotti della Perlon, etichetta di Francoforte ora a Berlino specializzata nel dare spazio a matti completi come Nikolai, Narcotic Syntax e pure quel barbuto di un Villalobos. E vuoi perchè anche lo stesso Shack si è trasferito da Londra a Berlino, vuoi perchè ha sicuramente uno spacciatore di qualità, il nostro ha attraversato il guado post Skull Disco rinforzando la formula che l’ha reso noto. Se prima l’ansia adrenalinica e metropolitana che si percepiva nei dischi era irrisolta, con Three EPs l’uomo si lascia cadere nel vuoto di una disperazione senza compromessi, andando a scavare nei dub e nella pulsazione ciclica, nei sample vocali di un Burial sotto metadone. Il risultato è roba da andare ai matti e chiamare l’amplifon, tra droni in crisi mistica da pitch bending e la netta sensazione che Shackleton non solo possa fare quello che gli pare, ma riesca a farlo fino in fondo.

Cancel cancel.

Max invece l’ha visto e sentito dal vivo e ce lo spiega qui.

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