Archivio per la categoria 'bebo calls Detroit'

We’re in it only for the money

Stasera.
Si apre alle 21.30:

piano terra:
21.30 accoglienza, pettinatezza
22.30-03.30 rock, elettronica che gli piace a mtv, ma anche un po’ di italiani

primo piano:
21.30 fare cose, conoscere gente
22.30 The Ties and The Lies (indie rock tipo gli editors ma più marci)
23.30 Mama Afrika (trash reggae lo fi)
00.30 Tromboiardi dj set (balkan breakbeat ubriaco)

sottotetto aka il sudario:
21.30 sushinogoten (che sono io: root raggae\dub\dubstep\subwoofer a manetta)
23.00 Teppa bros & friends (techno spatolata su 4 piastre)
02.00 Lo Stato Sociale (elettropunk cantautorale, italiani indimenticati)
03.0-04.00 Teppa bros & friends (elettroencefalogramma piatto)

Gratis. Se arrivate già ubriachi qualcuno a caso vi limonerà.

Wax and mo’ wax

Ho una passione particolare per le storie dietro la musica, gli aneddoti e le curiosità, insomma il lato folkloristico e mercificabile di una musica che -essendo per la più parte muta- ha bisogno di raccontarsela un po’. Underground Resistance con la temuta carica politica, la house di Larry Levan come fuga dell’omosessualità verso un piccolo Paradiso, i rave inglesi come fuga dal tatcherismo e via così. Però sono un pollo, e mi piace tantissimo anche l’esatto opposto, quando attorno alla musica non c’è un tubo, niente di niente, l’isolazionismo supremo del non volerci mettere manco un nome, un titolo. Basta giusto il numero di catalogo e due tracce fantastiche sospese tra deep house e techno analogica, con svirgolate di synth e battito irregolare che fa tanto Detroit. Stampato in poche copie a Dubplates & Mastering chi è o chi non è, chissenefrega.

Wax – No. 20002

Ho visto Moritz andare fuori tempo

Messina, Brutti, Khalifé, Tristano, Carl, Moritz

Messina, Brutti, Khalifé, Tristano, Carl, Moritz

Ho visto Moritz andare fuori tempo seguendo un groove di Craig, agitando un sonaglio che chissà come si chiama, e ritrovarsi dopo una battuta e mezzo a dover dare un colpo dispari per ritornare sul four to the floor dell’omaccione di Detroit. Punto, ripartiamo.

Shape come forma ma anche sostanza e, senza pudore, temevo che la sostanza sarebbe stata vaporosa tanto quanto quella non percepita dal live modenese di AGF/Delay. Tristano, Brutti, Messina, Khalifé, Craig e VonOswald danno corpo ad improvvisazioni a cui mi approccio sospettosamente, giocando con un po’ di free e un po’ di ambient per l’apertura -diciamolo- paracula. I sei funzionano bene quando il suono si ingrossa e permette a Craig e Khalifé (percussioni) di dare la struttura su cui far viaggiare l’incredibile Tristano, che a soli 25 anni ha talento per almeno un altro paio di persone, e svisa e sostiene e guida l’opera alternando piano-synth, pianoforte e Moog. Brutti, Moritz e Justin Messina arredano lo spazio sonoro con fiati, bassi ragga e aperture deep space andando a trovare la soluzione più tesa per ogni momento dell’esibizione. Ne viene fuori un gioco delle parti in cui Carl -il vero collante della formazione- dialoga musicalmente (e non) con tutti i presenti sul palco, sfidando o aiutando chi stava guidando la formazione in quel preciso momento, arrivando ad imporre sul finale un crescendo techno su cui tutti si sono lasciati andare in una jam che ha riunito, come da press release, techno e jazz, ma che già aveva mostrato durante tutto il live di essere capace di tenere alta la tensione, regalando momenti intensi come i 5 minuti di dub-techno con un transient guidato da Messina su cui VonOswald e Khalifé hanno appoggiato un ponte ideale tra ciò che ha prodotto Maurizio con BC/Rhythm&Sound e le fughe free di un percussionista nanerottolo con un’intelligenza musicale rara.

La chiusura amara e l’aneddoto che racconterò ai miei figli:
Arrivando verso il teatro comunale, puntuale nel mio ritardo, ho avuto la fortuna immensa di incrociare Moritz VonOswald che si apprestava ad entrare dall’accesso per gli artisti. Credo di essere stato così contento ed emozionato pochissime volte nella vita e me la sono fatta addosso così tanto da non riuscire neanche a dirgli ciao. Non l’ho riconosciuto subito però, vuoi il buio, vuoi perchè ero lontano quando ho avvistato questa figura con la faccia di Maurizio, ma non l’ho riconosciuto finchè non gli sono stato vicino perchè Moritz non è il ritratto della salute. L’ictus che l’ha colpito qualche mese fa l’ha lasciato con gravi problemi di deambulazione, tanto che era accompagnato-barra-sorretto da quella che presumo essere la sua donna, e ha il braccio sinistro quasi completamente fuori uso. Non aveva una bella faccai e mi sono sentito, in un salto chilometrico dallo stato euforico, parecchio malinconico e dispiaciuto per un colosso (è davvero alto) che ora vive una situazione del genere, per me lui è un mito e i miti sono sempre belli, forti e intelligenti. Come Moritz immaginavo che fosse. Poi l’ho sentito sul palco, l’ho visto ridere e scambiarsi segni di intesa con tutti i suoi collaboratori e gioire assieme a noi figli della cassa al termine dell’esibizione. Dentro di lui c’è ancora il fuoco e dentro di me vive ancora il mito.

Il buono pt.1

martyn

3024 è il codice di avviamento postale della città -olandese- dove Martyn vive e produce. Sono almeno un paio d’anni che si parla bene dell’uomo, da quando ha pubblicato l’ep Broken/Shadowcasting, e insomma c’è un motivo per parlarne bene.
Lo chiamavano dubstep, ma è gara dura scindere il suono di Martyn dalla techno, leftfield quando gira su pattern di respiro e detroit quando incomincia a far salire pianoforti e melodie ingrigite. Certo i ritmi spezzati e bassi unti, ma le coordinate sono quelle continentali e non quelle suburbane londinesi, è un riferimento differente che concede a Deykers di andare a parare meno sulle geometrie ritmiche -come Skream, El B o Benga- e più sulla composizione -come Burial, ma più strutturato. Non è Untrue, e forse è per questo che non sta riscuotendo così tanto successo, ma gli va vicinissimo per bontà del prodotto e lontano per sonorità. Great Lengths è la prova di come il dubstep possa essere riempito dei rimandi che più si preferisce, ma in questo caso senza esagerare, con una lievità e una gioia che nessun produttore della scena aveva saputo mettere in campo.

So underground it hurts

logo_3_enIl mutek è uno dei festival di musica elettronica più interessanti sulla scena. Meno hyperism del Sònar, meno cerchiobottista di Dissonanze, meno bussone del Movement. Che messa così sembra non abbia nessuna qualità ed invece la sua migliore qualità è proprio la qualità (ma ha il difetto di essere a Montreal, un filino fuori mano). Quest’anno festeggiano i dieci anni di attività con (in ordine casuale):

Pilloski, Jaki Liebzeit + Burnt Friedman, Appleblim, Deadbeat, Moderat, Robert Henke (Monolake) + Christopher Bauder, Fehlmann, Moeller, The Mole, Ikeda, Alva Noto, Atom TM, Beytone, Mathew Jonson, Carl Craig, Villalobos, Akufen.

Distribuiti in quattro giorni, più visioni e incontri sull’era digitale (che fa molto ‘99 dire era digitale), tra cui sbavo nel segnalare: incontro sul mastering assieme a Pole, Ableton Live 8 con Deadbeat, nuovi trend nella diffisuone della musica, il workshop Serato su Scratch Live, realtime sampling & looping con due capoccioni della Cakewalk e Roland, ma soprattutto un incontro capitanato da Sherburne (giornalista di The Wire) assieme a Fehlmann (Orbital), Uwe Schmidt (Atom  TM, Senor Coconut) e Tobias Freund (Pink Elln) in cui si parlerà di musica techno, come si è sviluppato il movimento in Europa dalla fine degli anni ‘80 e sicuramente qualche aneddoto divertente e un po’ triste.

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