Archivio per la categoria 'Berlin connection'

Alti livelli di awesomeness

È uscito da qualche giorno eppure sembra che in giro si parli d’altro e io non lo capisco. The Dance Paradox di Redshape è il disco dell’uomo che da almeno tre anni propone uno degli esempi migliori di come la techno possa essere affiancata alla parola “dramma” e poi a quella “dagliene” e infine all’inevitabile “figata”. Redshape che se ne va a spasso per i suoni Chain Reaction, Warp e anche un po’ della piacevole ruvidezza della O-Ton, ma è la cura del dettaglio che lo tiene lontano una spanna da quasi tutti, la stessa cura che ci mette Shed, che ci mette Shack e che quest’anno ha sublimato dentro Moth\Wolf Cub di voi-sapete-chi. Redshape fa una cosa però che ho trovato solo dentro la visionarietà di Omar-S: ci mette il funk. Quell’attitudine che dovrebbero iniettare dentro chiunque, la passione per le bassline storte.

E come al solito si ringrazia anche la Delsin. Il resto è mancia.

Quel sapore particolare

The Bunker podcast 60: duecento mega di sturm und drang ma soprattutto di BOOM! con Surgeon ai piatti. Mai in forma come quest’anno.

Cancel cancel

Shackleton è tornato con un monolite intitolato Three EPs pubblicato per i giovanotti della Perlon, etichetta di Francoforte ora a Berlino specializzata nel dare spazio a matti completi come Nikolai, Narcotic Syntax e pure quel barbuto di un Villalobos. E vuoi perchè anche lo stesso Shack si è trasferito da Londra a Berlino, vuoi perchè ha sicuramente uno spacciatore di qualità, il nostro ha attraversato il guado post Skull Disco rinforzando la formula che l’ha reso noto. Se prima l’ansia adrenalinica e metropolitana che si percepiva nei dischi era irrisolta, con Three EPs l’uomo si lascia cadere nel vuoto di una disperazione senza compromessi, andando a scavare nei dub e nella pulsazione ciclica, nei sample vocali di un Burial sotto metadone. Il risultato è roba da andare ai matti e chiamare l’amplifon, tra droni in crisi mistica da pitch bending e la netta sensazione che Shackleton non solo possa fare quello che gli pare, ma riesca a farlo fino in fondo.

Cancel cancel.

Max invece l’ha visto e sentito dal vivo e ce lo spiega qui.

Wax and mo’ wax

Ho una passione particolare per le storie dietro la musica, gli aneddoti e le curiosità, insomma il lato folkloristico e mercificabile di una musica che -essendo per la più parte muta- ha bisogno di raccontarsela un po’. Underground Resistance con la temuta carica politica, la house di Larry Levan come fuga dell’omosessualità verso un piccolo Paradiso, i rave inglesi come fuga dal tatcherismo e via così. Però sono un pollo, e mi piace tantissimo anche l’esatto opposto, quando attorno alla musica non c’è un tubo, niente di niente, l’isolazionismo supremo del non volerci mettere manco un nome, un titolo. Basta giusto il numero di catalogo e due tracce fantastiche sospese tra deep house e techno analogica, con svirgolate di synth e battito irregolare che fa tanto Detroit. Stampato in poche copie a Dubplates & Mastering chi è o chi non è, chissenefrega.

Wax – No. 20002

Ho visto Moritz andare fuori tempo

Messina, Brutti, Khalifé, Tristano, Carl, Moritz

Messina, Brutti, Khalifé, Tristano, Carl, Moritz

Ho visto Moritz andare fuori tempo seguendo un groove di Craig, agitando un sonaglio che chissà come si chiama, e ritrovarsi dopo una battuta e mezzo a dover dare un colpo dispari per ritornare sul four to the floor dell’omaccione di Detroit. Punto, ripartiamo.

Shape come forma ma anche sostanza e, senza pudore, temevo che la sostanza sarebbe stata vaporosa tanto quanto quella non percepita dal live modenese di AGF/Delay. Tristano, Brutti, Messina, Khalifé, Craig e VonOswald danno corpo ad improvvisazioni a cui mi approccio sospettosamente, giocando con un po’ di free e un po’ di ambient per l’apertura -diciamolo- paracula. I sei funzionano bene quando il suono si ingrossa e permette a Craig e Khalifé (percussioni) di dare la struttura su cui far viaggiare l’incredibile Tristano, che a soli 25 anni ha talento per almeno un altro paio di persone, e svisa e sostiene e guida l’opera alternando piano-synth, pianoforte e Moog. Brutti, Moritz e Justin Messina arredano lo spazio sonoro con fiati, bassi ragga e aperture deep space andando a trovare la soluzione più tesa per ogni momento dell’esibizione. Ne viene fuori un gioco delle parti in cui Carl -il vero collante della formazione- dialoga musicalmente (e non) con tutti i presenti sul palco, sfidando o aiutando chi stava guidando la formazione in quel preciso momento, arrivando ad imporre sul finale un crescendo techno su cui tutti si sono lasciati andare in una jam che ha riunito, come da press release, techno e jazz, ma che già aveva mostrato durante tutto il live di essere capace di tenere alta la tensione, regalando momenti intensi come i 5 minuti di dub-techno con un transient guidato da Messina su cui VonOswald e Khalifé hanno appoggiato un ponte ideale tra ciò che ha prodotto Maurizio con BC/Rhythm&Sound e le fughe free di un percussionista nanerottolo con un’intelligenza musicale rara.

La chiusura amara e l’aneddoto che racconterò ai miei figli:
Arrivando verso il teatro comunale, puntuale nel mio ritardo, ho avuto la fortuna immensa di incrociare Moritz VonOswald che si apprestava ad entrare dall’accesso per gli artisti. Credo di essere stato così contento ed emozionato pochissime volte nella vita e me la sono fatta addosso così tanto da non riuscire neanche a dirgli ciao. Non l’ho riconosciuto subito però, vuoi il buio, vuoi perchè ero lontano quando ho avvistato questa figura con la faccia di Maurizio, ma non l’ho riconosciuto finchè non gli sono stato vicino perchè Moritz non è il ritratto della salute. L’ictus che l’ha colpito qualche mese fa l’ha lasciato con gravi problemi di deambulazione, tanto che era accompagnato-barra-sorretto da quella che presumo essere la sua donna, e ha il braccio sinistro quasi completamente fuori uso. Non aveva una bella faccai e mi sono sentito, in un salto chilometrico dallo stato euforico, parecchio malinconico e dispiaciuto per un colosso (è davvero alto) che ora vive una situazione del genere, per me lui è un mito e i miti sono sempre belli, forti e intelligenti. Come Moritz immaginavo che fosse. Poi l’ho sentito sul palco, l’ho visto ridere e scambiarsi segni di intesa con tutti i suoi collaboratori e gioire assieme a noi figli della cassa al termine dell’esibizione. Dentro di lui c’è ancora il fuoco e dentro di me vive ancora il mito.

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