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Bird, chrome

Come Darren Emerson al Single

Non è una novità, tantomeno una scoperta, però il fatto per cui le decadi che vivono di revivalismo più o meno spicciolo si seguano piuttosto in fretta è una cosa a cui tutti -più o meno- abbiamo fatto l’abitudine. Il taglio ’80s di molte produzioni elettroniche degli ultimi anni, partendo dal chiaccheratissimo Tiga (con un disco nuovo in autunno, dicono), passando per Jacques LuCont aka Stuart Price con la produzione di Confessions On A Dancefloor, i giustamente dimentica Klaxons -tanto per citare le cose più hype- e approdando alla Ed Banger che fa sua tutta una certa iconografia fluo, a cui poi si sono accodate migliaia di persone deviando su tutto ciò che proviene dal marchio American Apparel.
Non è ancora finita quella storia, ma.

Ora, ognuno ha le proprie fonti e tra quelle che tengo ben stretto per me e quelle ovvie, c’è Dance Revolution dei mesi scorsi e da qualche giorno il ritorno del Deejay Time. Belli o brutti segnano entrambi la sottile linea che sta tra l’essere un duo di dj milanesi che fanno roba fidget ad essere la coppia di produttori più spinta sul programma delle due del pomeriggio del maggior network radiofonico privato. Cartina tornasole, ecco come si dice.
Questa cartina tornasole dice alcune cose: a parte Albertino che suona Boys Noize e sampla il “wow” del rmx di Salmon Dance dei Crookers dice che diversi produttori stanno scavando nei propri vinili dance anni ‘90 per farne versioni targate 2008. Il nuovo riflusso dunque sta già arrivando? Rivlauteremo i P.O.D.? I giri di batteria con pochissimi piatti? Le chitarre con molte corde? Le cantanti negre e il synth trance su ritmo composto? Buona Domenica?

Tutte queste inutilissime righe per stupirmi pubblicamente della presenza di Darren Emerson al Single di Bologna (San Lazzaro a dircela tutta). Luogo di rara insipienza. Non me ne abbiano gli avventori ma in epoca 2.0 ognuno si misura dal sito che si ritrova.
Se avete il numero di cellulare di Emerson mandategli un sms con una scusa qualsiasi da inventarsi.

E comunque:

hey kiss me, i kiss you

Se fosse tutto molto poco importante, se la vita fosse un coacervo di cose piatte e perlopiù noiose, se non ci circondassimo di persone ed avvenimenti che la animano, probabilmente la ragione di alcuni dischi sarebbe molto più in evidenza di quanto a volte già non sia. La prima volta che ascoltai un disco del genere la mia vita proseguì piuttosto placida, non avvertii alcun scossone, non so spiegarmelo ancora oggi a distanza di molti anni, semplicemente successe così e stop. L’importanza che ha assunto nel corso del tempo questo disco invece è straordinaria, se fosse una persona di qualunque sesso non avrei paura di gettare alle ortiche tutto quanto per andare via con lei e basta, ed è così che spesso mi comporto con l’altra musica, con tutto quello che non è Beaucoup Fish. È il mio grado zero di obiettività, il punto maggiore che citerei per dare la misura di ciò che mi piace.
Le automobili di un tempo, così come le motociclette e le opere meccaniche in genere, erano degli orologi regolati dal tocco delle dita di un meccanico guidato dal proprio orecchio; l’avvento dell’elettronica ha ridotto questo approccio in favore di una scienza pressochè perfetta governata dalle centraline. L’elettronica in musica ha sempre provato ad eludere la presenza dell’uomo, dai vecchi babbioni chiamati Kraftwerk passando per Basic Channel e Underground Resistance; il mito del deus ex machina tecnologico ha appassionato l’uomo dalla nascita della fantascienza, ma l’insostituibilità del calore umano è una sfida che può essere vinta solo con una capacità di rendere comunicativa e viva una musica proveniente da ciò che un’anima solitamente non ha.

Born Slippy incarna tutto ciò che si pensava di poter fare attraverso una musica nichilista ma segretamente romantica, che dalla meccanicità del ritmo faceva nascere parole che costruiscono una storia d’amore moderna e stereotipica sotto l’effetto delle droghe, Beaucoup Fish come tutto ciò che è Underworld ma non è Born Slippy descrive le varianti che a quell’estremo si avvicinano sempre e solo in parte, solo fin quando non si chiude tutto con Moaner. La sintesi di ciò che Born Slippy voleva rappresentare e di cui si prende coscienza dell’inevitabile (e vicino) fallimento, l’arrivo del nuovo millenio, l’avanzata delle macchine, dei Ricardo Villalobos, delle Magda, delle Ellen Allien quando anche Detroit dava spazio all’immensità e profondità sonora di Theo Parrish, in quell’istante Moaner era l’annuncio del ritiro di Platini, l’aver riletto tutto quello che si era detto e averlo ricomposto nello strazio di un’inerzia finita, dei rave falliti, di una musica rivoluzionaria che perdendo contro sé stessa avrebbe messo la definitiva parola fine -in un’ideale trilogia- con Beautiful Burnout.

All these things pt.2

Vabbè dai, il nuovo Underworld ad un primo ascolto mi è piaciuto con moderazione. 2/3 canzoni che ricordano Beaucoup Fish, un paio abbastanza inusuali per loro e un altro paio un po’ anonime. È andata bene.

All these things

Esce oggi in Giappone il nuovo disco degli Underworld, Oblivion With Bells. Qui in Europa tra 12 giorni, ad ognuno le proprie priorità, a noi del vecchio continente quella del download. Volendo lo si può già ascoltare senza pericolo di avere un fake tra le mani.
Da queste parti però ci sono pochi culti musicali, Karl Hyde e Rick Smith (e il fu Darren Emerson) sono tra questi, e l’eterna divisione tra l’attesa seppur snervante e la voglia di ascoltare la nuova creatura è in questo caso fortissima. Credo cederò facilmente al più in un paio di giorni, sono pur sempre 5 anni che aspetto questo momento e aggiungiamoci che salvo anche il non brillante A Hundred Days Off e avrete la misura di quanto siano importanti per il sottoscritto.

Crocodile, il singolo di qualche giorno fa, non mi è dispiaciuto per nulla, e nell’ep in qualità audio (non quella dello stream di youtube per intenderci) ne guadagna. Rimane il problema che il remix di Huntemann è forse migliore dell’originale… E la stessa sensazione l’avevo già avuta al tempo di Do It Again con i relativi remix di Audion e del sempre ottimo Oliver. Viene da chiedersi dunque perchè affidare i propri remix a gente che negli ultimi anni si è dimostrata una testa di serie (si lo so, perchè i remix brutti sono molto più terribili di vedere sorpassata a destra l’originale).

A lato: ho scoperto casualmente Moderat, ovvero Apparat + Modeselektor. E il risultato è quello che ci si può aspettare: pattern emo con breaks forgiati all’inferno, il disco per spettinare d’improvviso l’audience. Sembra la Ceephax Acid Crew a cui grippa la seconda.

L’elettronica ti salva la vita, quando finisce o quando ti offre nuove possibilità a 67 anni.

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