Archivio per la categoria 'Yo! Nigga'

Manco i cinesi!

I started in August 2006, when I got back from a trip to Viet Nam, the land of my grandparents. As a vinyl junky, I really couldn’t come back to France without bringing back some wax. After hours spent riding on a motorbike in Saigon streets, a taxi finally helped me find some old Asian records. I was feeling like an explorer discovering a forgotten treasure. I bought almost 30 vinyls, most of them in poor condition, went back to the crib, and started making beats with some material that I wasn’t used to.

Cover e self-portrait per Onra

Cover e self-portrait per Onra

Onra ha intitolato il risultato di questo digging tra i vinili vietnamiti Chinoiseries, un po’ allargando a piacimento la geografia, un po’ per marketing forse -vietnamiterie non suona esattamente bello- e quello che è saltato fuori è l’impensabile buon risultato di uno che, prima di provare con l’inutilmente etnico, non aveva mai impresisonato nessuno. Chiariamoci fin da ora: 50 minuti di roba vietnamita samplata e ricostruita sotto forma di hiphop strumentale sono un po’ una rottura di palle, ma a piccole dosi o selezionando a proprio piacimento i momenti preferiti se ne estrae un lavoro avvincente e ben curato.
Da una parte vallo a pensare che un francese avrebbe copiato qualcosa ad un vietnamita (o ad un cinese, o ad un taiwanese o a ci siamo capiti) ma dall’altra parte lo stesso francese va a compiere un’opera di ricostruzione del sottostrato culturale di un paese, seppur non ai livelli di un Donuts con la musica nera d’america, che formalizza una formula apparentemente banale ma che persino uno come Madlib non ha saputo padroneggiare in maniera credibile (Beat Konducta in India mi pare sempre un disco bruttino). Insomma, paese che vai difficoltà di sampling che ti ritrovi.
E a parte le sparate la cosa fa riflettere, perchè rileggere una cultura non propria (Onra è comunque di origini vietnamite, perciò..) è uno scoglio musicalmente davvero difficile da sorpassare e non è un caso che i momenti migliori in tal senso siano stati quelli esposti da chi ha guardato alle proprie spalle e non dietro quelle altrui. Pare che Mike Patton abbia anche spaccato con i classici della canzone italiana (nel post c’è anche Tom Waits, che mi trita le palle: l’ho detto), però a me non ha detto nulla di significativo (beh, non sono andato a vederlo live proprio perchè non mi sembrava in teressante), e si ha vissuto qui 10 anni, gli piace anche la musica che ripropone, però non lo so. Oh vaffanculo, chissenefrega.

Onra - Here Comes The Flute

Black or white

Se Kanye ha preso in prestito un po’ di Daft Punk la versione minorata dei due viene presa in pieno dalla versione minorata di Kanye West.

Wale - W.A.L.E.D.A.N.C.E.

Tea Leaf Dancer

Nipote di Alice Coltrane e cugino di Ravi Coltrane, Steven Ellison è noto soprattutto come Flying Lotus. Il suo hiphop è l’emanazione diretta della leggerezza del proprio nome d’arte, e tra i tanti produttori che riprendono l’utilizzo di sonorità invecchiate assieme a Madlib e J Dilla forma un trittico di rara potenza. Così, tanto per calare qualche aspettativa ridotta.

Esce ora con Los Angeles, gira in versione più o meno definitiva seppur in qualità non eccelsa, ma se si è sufficientemente pazienti da resistere ci si può riempire le orecchie con i suoi beat precedenti: il disco d’esordio 1983 del 2006 racconta già di un uomo alle prese con una materia sostanziosa ma capace di maneggiarla con perizia, mentre l’ep Reset uscito lo scorso anno affonda ogni speranza dei concorrenti di poterlo scavalcare in qualche maniera. Tea Leaf Dancer è l’incrocio tra la marcezza di Tricky e la precisione di Hancock tutto virato dentro l’hiphop colorato di rosa dalla voce di Andreya Triana, che non sarà una bellezza folgorante magari, ma da una voce così ci si farebbe fare davvero di tutto. E quel beat poi è talmente placido, soffice e sornionamente nascosto che è un mezzo miracolo di semplicità apparente.

Tra poco arriverà il nuovo disco, potete già cominciare a vantarvi di conoscere l’uomo nero più interessante del 2008.

It is what it is

Il mestierare, l’artigianato -un po’ folkloristico magari- a cui si deve dare cura e dedizione per ottenere qualcosa, è un’arte non facile quanto possa sembrare, essere dei bravi artigiani o dei poser qualsiasi è segnato da un limite sottile tanto quanto il solco di un vinile appena stampato. The Roots è qualità diffusa negli anni, raccogliendo poco rispetto a quanto detto, fatto e concluso, e anche questa volta il colpo ha raggiunto l’obiettivo. Magari non al centro perfetto, ma da che li conosco mi sono persuaso del fatto che un disco perfettino non sarebbe un disco dei Roots. Rising Down è la continuazione di ciò che sono e resteranno i ragazzi di Philadelphia, mai una goccia di sangue in meno anche quando il concetto stesso di protesta viene diluito all’interno della frammentazione dei mezzi informativi (e dove qui trova forza di ritorno, una forza apparente quasi quanto quella centrifuga), ma è la forma che conta e su questa non si sbaglia.

L’appartenenza culturale, la coerenza, l’onesta intellettuale sono parole e idee che hanno basi solide tanto quanto il detto che inizia con “verba manent”, i Roots però scolpiscono e modellano con precisione anno dopo anno questi pensieri, e lo fanno con una bravura che ormai non stupisce più, ed è un peccato, perchè se da un lato le cose vanno sempre alla grande dall’altro sono anche le stesse cose che conosciamo come le nostre tasche. Non è un male assoluto, anzi, ma trovare rassicurante un gruppo come questo è un esercizio yoga degno solo della distanza linguistica che non permette di rabbrividire nella giusta misura.

Presenti, tra i tanti: Talib Kweli in gran forma, Mos Def che dovrebber lasciar perdere la telecamera e tornare a fare il rapper e Dice Raw appena uscito da un mondo parallelo.

The Roots - Rising Down (feat. Mos Def & Styles P)

Get my money, buy my medicine

Johnny Cash, presente? Quello delle cover di U2, Joe Strummer, Nine Inch Nails e prima qualche decina di dischi immensi di roba country con due palle grosse così. Uno che ha maledetto un sacco il signore prima di scoprire una vocazione fuori dal comune, e che comunque con la voce distrutta che aveva ha scritto pagine di storia veramente poco pettinate.

Snoop Dogg invece lo abbiamo presente più o meno tutti quanti, e anche lui come soggetto non è niente male. Prima il gangsta con dei dischi a volte molto belli, negli ultimi tempi più uomo-immagine-regista-porno, ma comunque uno sempre piuttosto eccessivo. E così, per il gusto completista da bianco più negro di Bologna mi sono ascoltato il suo disco, anche se in ritardo, ed in mezzo c’era questa cosa: My Medicine. Una vecchia canzone di Johnny Cash reinterpretata proprio da Snoop. Niente stronzate hiphop, c’è lo smilzo che “imbraccia” la chitarra acustica e ci da dentro. Geniale.

Per chi ha fretta:

Per chi ha pazienza: Snoop Dogg - My Medicine

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