(too) Long Playing

17 Nov

È da qualche tempo che ci penso, diciamo che è una sega mentale che periodicamente torna a farsi vedere, ma molto spesso ascolto un disco e penso “uff, quanto dura…”. In realtà questa frase potrebbe essere tranquillamente vincolata alla cattiva qualità del disco stesso, ma è un pensiero che mi attanaglia anche verso quei dischi che, pur piacendomi, sono difficili da concludere in una sola sessione d’ascolto. Non ho mai nascosto la mia preferenza per l’easy listening, per le belle melodie e un’attitudine pop, non imputo quindi alla difficoltà musicale della proposta questa idiosincrasia verso i dischi lunghi, è che semplicemente una formula, se diluita in 50/60 minuti diventa stucchevole. Colpa del cd, su vinile queste cose non succedevano, si dirà. Non è vero, doppi, tripli, quadrupli vinili si sprecano, è che semplicemente alle volte si sbrodola, si preferisce calcare la mano piuttosto che giocare sull’immediatezza, su una selezione “spaccaossa”, che racchiuda tutto quello che c’è da dire in poco tempo. Quaranta minuti sono una gioia infinita, ci si può sguazzare allegramente, perchè andare oltre? Questa tendenza è figlia soprattutto dei nostri giorni, laddove i singoli sono un’arma di penetrazione notevole e si debba spolpare il più possibile l’album, e dove si pensa troppo spesso che il proprio operato valga ben un cd intero, mentre il povero ascoltato gurda lo schermino dello stereo e pensa: “ancora 4 canzoni?”…

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4 Risposte to “(too) Long Playing”

  1. Ale venerdì 17 novembre a 9:13 pm #

    Stavolta sono daccordo solo a metà, è vero che i dischi corti e immediati sono più godibili, più gestibili, all’ascolto vero e proprio.
    Sono allo stesso modo convinto che certe suite, magari concettuali, ridotte di minutaggio per fare spazio alla fruibilità, ne uscirebbero decisamente ridimensionate, e questo per la musica di un certo tipo non è un bene di sicuro.

  2. bebo venerdì 17 novembre a 10:04 pm #

    Sisi, infatti è stato un mio errore non esplicitarlo, però è ovvio che certa musica necessita di spazio e tempo adatto. I King Crimson o Steve Reich in mezzoretta dicono la metà, se non un quarto, di quello che vogliono esplicitare.
    Diciamo che il mio è un discorso volto più alla musica popular non in senso stretto, prendendo sotto anche metal, elettronica e hiphop, laddove lo sviluppo di una canzone è all’interno di una certa geometria definita e “liofilizzata”. Un disco dei Converge che duri 70 minuti sarebbe godibile? Ma, andando oltre, avrebbe senso? Ovviamente no, ma è un caso limite.
    Portando ad esempio un disco che più “per tutti” di così si muore: l’ultimo di Justine Timberlake, aldilà dei gusti, è un disco effettivamente troppo lungo, circa un’ora di intrattenimento di quello stampo risulta stucchevole. Un prodotto che nasce per un certo tipo di pubblico da “mordi e fuggi” come i teenager o l’mtv-addicted è fallimentare da un punto di vista globale, ma una fucina ininterrotta di papabili singoli, quindi una bomba commerciale.

  3. albi lunedì 20 novembre a 1:40 pm #

    è così che impieghi il tuo tempo? ascoltando giastin timberleik?

  4. bebo lunedì 20 novembre a 6:19 pm #

    Anche!

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