Archivio | marzo, 2007

300 cose da dire…

30 Mar

..ma sono stato bruciato sul tempo da lei che qui dice quello che avrei voluto dire ma con meno sciabolatation (ma un disegno sciabolatissimo).

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Deep sea dweller

28 Mar

(El-)Producto

26 Mar

Jaime Meline aka El-P, El Producto, già Company Flow (scusa se è poco), rapper e producer di quelli che dal vecchio fanno nascere il nuovo e il nuovo suona come fosse lì da sempre: bastava alzare il lenzuolo.

I’ll sleep when you’re dead è la seconda prova a distanza di cinque anni dal debutto solista con Fantastic Damage e, per chi se lo fosse peso, gli basti sapere che di dischi così ne uscissero uno all’anno sarebbe un mondo meraviglioso. Questo album porta avanti il discorso con molte parole e molto rumore, tipico e registered mark del nostro, a riprova che a sedersi sugli allori siamo bravi tutti ma tirare fuori dal cilindro un disco così bisogna essere, se non fenomeni, decisamente una spanna sopra alla media. Flow hardcore e basi assassine, potrei fermarmi qui, ma significherebbe dipingerlo come un disco hiphop fatto bene e niente di più, mentre “I’ll Sleep When You’re Dead” è un album che si rifà ai Nine Inch Nails con tanto di ospitata di Trent “Self Desctruct” Reznor tanto quanto a certo sludge metal senza passare dal crossover come in “Up All Night”, autentica perla paranoide con drumming ossessivo e rappato incendiario.
L’imperativo è distruggere e Meline ha una consapevolezza nel mostrare la sua arte nel disintegrare il ritmo degna di una compagnia di demolizioni: è un rullare continuo dal principio assieme ai due Mars Volta, che miracolosamente non rovinano nulla, in “Tasmanian Pain Coaster” (concedendosi anche una citazione pop da Fuoco cammina con me di David Lynch) fino alla chiusura di “Poisenville Kids No Wins”, con una Cat Power al servizio di qualcosa di meno lagnoso della sua chitarrina, facendosi valere in un territorio non suo ma che, ispiratissimo, si rifà alle nenie logoranti dei Dälek con un duetto improbabile che fa tanto Jay Z e Beyoncé giusto meno nero e decisamente più indie.

In mezzo c’è un mondo di sostantivi, aggettivi, pronomi e verbi, lasciati andare a ruota libera come un girone infernale: El-P morde tutto e tutti, dalle sclerosi della nuova america post 9/11, agli show televisivi, passando per MTV e, in poche parole, tutta la meravigliosa merda che gli USA producono e propinano. Dalla scuderia Def Jux appare un altro che, in tema di doppia H, ha da dire molto: Aesop Rock, ed in coppia con El-P in “Run The Numbers” fanno passare cinque minuti scarsi di idillio tamarro, con drum machine impazzita e toni sacrali in chiusura, perchè sarà pure una formula già sentita ma quando la classe non è acqua allora meglio mettersi il casco, che questi la calano pesante.
L’ultima menzione, breve, non è per l’ultima canzone, ma per “The Overly Dramatic Truth”, e se questa non è classe beh, ditemelo voi dove cercare perchè El-P questa volta ha superato tutti, incluso sé stesso.

30 seconds to ipercoop

26 Mar

Il sabato pomeriggio solitamente non è un momento di grossa produttività, dopo la radio posso tranquillamente tornare a casa a raccattare la morosa e farla incazzare mentre perdo tempo dietro a PES. Però c’è un però. Lo scorso sabato, in virtù di esigenze di coppia, mi sono avviato verso il centro commerciale a comprare cornice, terriccio, piante e vasi: roba da Luca Sardella dei poveri insomma. Poi, decisi ad attraversare il lungo corridoio di negozi, fendiamo esseri umani e carrelli, sacchetti di plastica e borsette, stivali col tacco e fianchi larghi, maglioni rosa e jeans Diesel che mostrano il culo. Entriamo da Benetton e mi compro una camicia a quadretti, è tutto un “come mi sta”, “mi cade male sulle spalle” “aspetta sono in mutande”, le commesse sono pure anzianotte. Niente, ne esco con questa camicia e decidiamo di fuggire il più lontano possibile.

Non ho nulla contro i centri commerciali né contro chi li frequenta il sabato pomeriggio, sono io che proprio non ce la faccio, è il rumore, il caos, le luci e il caldo, non saprei neanche spiegarlo meglio di Andrea Bordone, che qui ci ha provato con successo.

Do i have a life? Or i’m just calling Detroit?

19 Mar

Per la serie: non si finisce mai di spaccare le palle con una scena, rieccomi a fare i conti con le influenze che Detroit e la sua techno portano a spasso per il tempo e lo spazio.

Stacey Pullen, sorvolando la sua biografia, è il proprietario del monicker Silent Phase e dell’album “The Theory OF Silent Phase” che, nel 1995, vede luce e pubblicazione. I suoni si rifanno al movimento Underground Resistance, con richiami alle origini della musica nera, tribalismi e afflati jazz, ma se Mad Mike e soci spingono volentieri il piede sull’acceleratore per canzoni spesso compatte e infuocate, Pullen si dilata e fa respirare la sua musica, creando così grandiosi panorami sonori che accompagnano la techno in zone più psichedeliche e “trancey”.
Da grande amico di Derrick May e Kevin Saunderson, a cui la sua produzione è accostabile per suoni ed intenti, Pullen descrive la propria musica come un’esperienza mistica, da non intendersi per la sua grandezza, ma per la volontà di costruire un percorso che accompagni l’ascoltatore in un’altra dimensione, così come si impose il più grande musicista nero di tutti i tempi: John Coltrane.
Deviando un attimo il discorso da Pullen ai significati più o meno estrinseci della musica, nella Detroit Techno c’è da sempre l’intenzione di rifarsi proprio ai maestri, sottolineando l’orgoglio nero così come fece prima il jazz, poi il soul e poi l’hiphop, riempiendo di contenuto una musica destinata si a far divertire, ma che non si alieni dal contesto in cui viene prodotta e consumata. Non lo so, forse sarà l’ennesima mia sega mentale, ma questa volontà politica dei detroitiani l’ho sempre ammirata.

Pullen ha dato alle stampe anche un Dj Kicks: una bomba assurda di quelle “alla vecchia”. Raccomandatissimo.

Going fast, driving insane…

8 Mar

Black Sun Empire è un trio di Utrecht che nasce approssimativamente nel 1993 con velleità tamarre e che, attraversando diversi generi e stili, casca dentro alla proprio cup of tea nel 1998. Questa enorme tazzona è il mare magnum della drum’n’bass, che si sta affrancando come hype del “momento” e che sta producendo diversi masterpiece, facile capire che è come cadere dentro al punk funk nel 2001 o al Tresor di Berlino dieci anni prima: puoi essere tranquillamente un benemerita merdaccia ma qualcuno che ti caga lo trovi. Non è questo il caso e per fortuna i nostri incominciano a macinare singoli ed EP, prima con label olandesi per poi scavallare La Manica e approdare tra le braccia di DJ Trace e la sua DSCI4. La prima pubblicazione per questa label è un remix sul singolo Mutationz dello stesso Trace assieme ad altre versioni di Stakka & Skynet (altro nome interessante), Shimon e Kemal (che con Rob Data pubblicò The Messiah, un monumento alla d’n’b moderna).

Il futuro si fa sempre più roseo, appaiono con alcuni loro brani su diverse compilation assieme ai già citati Kemal & Rob Data e la leggenda Technical Itch per il quale produrranno poi un remix da terroristi sonori quale Telekinetik. È proprio con questo remix che il trio svolta verso un suono personale, si incomincia a volere di più, soprattutto in termini di libertà d’espressione, perciò nel 2001 fondano la BSErecordings.
Black Sun Empire diventa pian piano un sinonimo di qualità e personalità, autoproducono i singoli e gli EP, collaborano con gli IllSkillz di casa Metalheadz, suonano con TeeBee, i Pendulum e gli Evol Intent, creano con loro il suono advanced d’n’b, il prosismo passo è pubblicare un album completo. Così, nel 2004 arriva Driving Insane, e succede quello che doveva succedere.
L’album diventa rapidamente un culto, acclamato da tutti gli addetti al lavoro e suonato da chiunque voglia suonare figo. Il suono diventa corposo, alle percussioni serrate vengono addizionati pattern di synth acidi e violenti che gonfiano il subwoofer per poi scatenare l’apocalisse ritmica, atmosfere cupe e claustrofobiche per cavalcate lunghe, sempre vicino ai sei minuti.

I BSE diventano così gli alfieri del nuovo suono drum’n’bass assieme alla grandissima Commercial Suicide, spopolano ovunque e creano un circolo virtuoso attorno che coinvolge Counterstrike, Concord Dawn, Evol Intent e tutto il gotha delle bassline.
Da segnalare necessariamente anche Cruel and Unusual del 2005 e lo split con i Corrupt Soul: Porcelain / Brood X di recente pubblicazione.

Hello, is this thing on?

8 Mar

Moritz VonOswald e Mark Ernestus, anno 1993. I due si incontrano per dare vita ad un’entità schizofrenica che nell’arco di pochi anni pubblicherà dischi, esclusivamente su vinile, che porterà nell’olimpo i loro nomi.
Dubtechno o minimal techno, sono solamente definizioni, perchè il suono peculiare e primigenio dei berlinesi fonda una corrente, assieme alle prime release di Hawtin come Plastikman, che si contrapporrà fortemente nel suono ma non nelle intenzioni al movimento techno Detroitiano.
Crescendo strumentali e microvariazioni, un minimalismo che non si è mai nascosto dalle sue origini “avant”, degli studi sulla reiterazione e la sommazione, che crea un magma sonoro compatto, che viaggia con la stessa forza di un treno seppur mantenendo una glacialità che diventerà distintiva di questa musica.
I due pubblicheranno con pseudonimi sempre diversi e sempre per pochissime release: Quadrant, Phylyps, Maurizio, Radiance… mostrandosi raramente in prima persona, conducendo una vita schiva e allestendo a Berlino Hardwax: negozio-ufficio-sede della loro etichetta omonima.
Nel 1996 raccolgono i singoli in un unico CD, ma in versioni editate che ritengo leggermente inferiori, pur rimanendo a livelli stratosferici.
Negli anni ’90, la decade dell’esplosione elettronica, questi due signorotti sono tra le menti più geniali ed importanti, ed è un delitto non conoscerne la produzione.