The rise and fall of living together

15 Apr

Rispondo qui perchè posso linkare agevolmente, e dilungarmi senza remore, al post del Lenz “La Polveliela“.
Il caso di via Sarpi a Milano è diventato notizia, giustamente, degna delle pagine nazionali dell’informazione e, verso chi più si interessa del fenomeno, propone un nuovo spunto su cui riflettere in merito ad integrazione ed estrusione.

Prendo spunto da un interessante studio, condotto da Policy Exchange, dal titolo: Living Apart Together: British Muslims and the paradox of multiculturalism (qui il pdf con tutta l’indagine, è in inglese e un po’ pesante ma merita tempo), il cui sunto è presto detto: il multiculturalismo tende a fallire. Per multiculturalismo si intenda un laissez-fair ai bordi della legalità, e connivenza dei poteri con queste pratiche “etniche” seppur contrastanti con il legiferare dello stato ospitante. La ricerca di PE tira conclusioni forse troppo drastiche, ma è comunque interessante ragionare su come le comunità culturali, lasciate in piena libertà d’azione, si ritrovino poi non più a riconoscere il paese ospitante come concessore ma come limitatore dei propri usi e costumi. Paolo Sarpi è satellite di questo atteggiamento.

Il problema non è più l’accoglienza, entro certi casi limite come i CPT, ma quale politica adottare nei confronti delle generazioni che nascono e crescono in un paese straniero. La comunità cinese, in larga maggioranza, cresce i propri figli per i primi tre anni in Cina (nascono qui e dopo pochi mesi vengono portati in madrepatria), per poi essere allevati ed accuditi nei ghetti che si sono creati nelle nostre città, lontani dunque da un’istruzione muliculturale e vicini ad un multiculturalismo imposto: esco dal quartiere faccio l’italiano, dentro al quartiere cazzi miei. Si creano così sacche di vera e propria resistenza all’integrazione pratica, intesa in obbedienza alle leggi formali, alle quali si oppongono leggi informali o meglio culturali. Il paese di provenineza viene esportato per filo e per segno tra le vie delle numerose “chinatown” e si crea un necessario antagonismo proprio delle affermazioni culturali.
Tecnicamente tutti questi fenomeni sono naturali e salutari, è impensabile che un cinesi diventi italiano e che un italiano diventi tedesco, il nodo come detto sopra sta nel non far nascere antagonismi, da una e dall’altra parte.

In Italia, e più ampiamente in Europa, il fenomeno migratorio è un processo relativamente nuovo, che non ha ancora mostrato gli effetti di terze o quarte generazioni se non negli ultimissimi anni (dal 11/9/2001 grossomodo), e che dunque non ha trovato ancora soluzioni efficaci. La soluzione escogitata dall’aministrazione milanese è tra le più idiote e ottuse che si potessero trovare: punire chi ha giovato di una deregulation accondiscesa dallo stesso municipio negli anni precedenti. Ovviamente la reazione della comunità cinese è stata pretestuosa (la donna presumibilmente oltraggiata\picchiata) ma fondata su una politica sciocca e barbara di accanimento.

Dice Lenz “l’amministrazione precedente non aveva fatto niente continuando a dare licenze senza batter ciglio“, vero ma sbagliato: la licenza è giusto rilasciarla solamente in caso giustificato, ma non può essere rilasciata favorendo l’accentramento attorno ad un unico punto della comunità etnica ospitata, bisogna creare meccanismi grazie ai quali le identità si preservino, ma che condividano la quotidianità del paese che li ospita. L’esempio è banale: un negozio di abbigliamento gestito da cinesi viene delocalizzato, tramite un circolo virtuoso di supervisione degli spazi commerciali disponibili, in un quartiere differente da quello in cui si è stabilità la comunità, obbligando così il commerciante (e i suoi cari) a rapportarsi con la popolazione ospitante. Rapporti che passano dal semplice contatto umano al dover affrontare il traffico cittadino.

Il dilemma sta nel trovare soluzioni efficaci che giochino all’olandese (e ci capiamo solo in tre con questa metafora): salvaguardare le proprietà folkloristiche di chi chiede ospitalità e piegarlo allo stesso tempo ai meccanismi quotidiani della popolazione ospitante, trovando simboli soprattutto: gli americani che abbiano origini irlandesi, italiane, cinesi, africane, latine, marziane, tutti quanti, quando passa la bandiera si alzano. Qui nemmeno gli italiani lo fanno. È un esempio, ma è un esempio vincente.

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3 Risposte to “The rise and fall of living together”

  1. Lenz lunedì 16 aprile a 7:05 am #

    Mah; sfogliando l’introduzione mi sembra che lo studio sia rivolto ai soli Mussulmani ed è comprensibile un po’ di scetticismo post attentati londinesi. Non capisco il come si possa generalizzare.. cioè mi ricordo, parlando all’anarchico nel periodo in cui studiavi per antropologia mi pare, come rimasi impressionato dai condizionamenti che la provenienza possa avere , in particolare ricordo il discorso dei senegalesi la cui maggioranza risparmia soldi da investire in patria. Insomma tra dire che i mussulmani faticano ad integrarsi e che il multiculturalismo è destinato a fallire, aiè ‘na balla diffaranza! Ok induzione, ma socmel!
    Beh che l’amministrazione precedente abbia sbagliato in questo, non l’avevo scritto ma piangere il passato (Pantheon e cazzi vari) serve a poco. Il mio era un invito a stare due volte attenti, data la situazione, e valutare possibili reazioni della comunità. Insomma micca hanno occupato.. la licenza gli è stata data, sono nella legalità. Ergo è necessario riflettere su come risolvere il problema dell’integrazione sennò si rischia di passar nel torto; come credo la Lety abbia fatto in questo caso.
    La tua soluzione al problema è migliore della mia, quindi accolgo l’emendamento!

  2. enrico lunedì 16 aprile a 1:25 pm #

    cari amici miei io non lo leggo il suddetto studio, non ho già abbastanza di malloppi di sociologia in lingue straniere, cmq bebo caro io capisco a cosa ti riferisci quando dici che il multiculturalismo non può funzionare perchè ne abbiamo già parlato, però è anche vero che come affermazione tout court è un po’ forte, e dovrebbe essere approfondita. Il punto è che la cultura di uno stato e le sue leggi non sono cose separate, i processi che portano allo sviluppo di una democrazia e di un ethos nazionale che rispetta e crede in quella forma di democrazia necessitano di tempi lunghi e una volta acquisiti si sedimentano nell’identità del cittadino, e necessariamente cittadini di nazionalità diverse avranno schemi culturali-politici e normativi diversi. quindi qual’è il punto? eh non ho tempo adesso di svilupparlo, se ne parla stasera, sappimi dire se passi alle 10.

    Bai.

  3. kikkla lunedì 16 aprile a 1:26 pm #

    ero la kikka!

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