Se a=b e b=c allora a=c?

4 Giu

Negli anni Sessanta e Settanta le famiglie italiane acquistavano beni e servizi per un 4-5% in più ogni anno. Da allora la crescita dei consumi si è progressivamente esaurita: 2,6% negli anni Ottanta, meno del 2% negli anni Novanta. Dal 2001 a oggi i consumi delle famiglie sono rimasti sostanzialmente invariati. (Questi dati sono calcolati pro capite, così che il rallentamento dei consumi non possa essere attribuito al venir meno della crescita della popolazione). La spesa delle famiglie rappresenta oltre i due terzi della domanda totale per i beni e i servizi prodotti dalle nostre imprese: se essa non cresce è difficile che la produzione si espanda. E infatti il rallentamento dell’economia italiana ha seguito passo passo quello dei consumi. Ad esempio, a poco è servito che lo scorso anno le esportazioni delle nostre imprese aumentassero del 6%: la crescita dei consumi non ha raggiunto l’1,5% e così è stato, sostanzialmente, per l’intera economia.
Perché le famiglie italiane hanno smesso di accrescere i loro consumi? «La spesa delle famiglie è erosa dalle rendite, frenata dall’incertezza sull’esito di riforme che toccano in profondità la loro vita», ha detto la scorsa settimana il Governatore della Banca
d’Italia, Mario Draghi. L’analisi del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (di Rifondazione comunista), è più semplice: «Se salari e pensioni non crescono come aspettarsi una crescita dei consumi?».
Hanno ragione entrambi: la stagnazione dei consumi è il sintomo di alcuni difetti della nostra società e dell’incapacità della classe politica di prendere decisioni. E’ vero che i salari reali non crescono. In sei anni sono aumentati solo del 3%, ma comunque più della produttività, immutata dal 2001. Se non riprende la produttività, i salari reali non possono crescere, a meno di mandare in malora le imprese. La produttività dipende dall’innovazione e quindi dalla qualità del capitale umano: se non si migliora la scuola non c’è speranza. Finché eravamo un Paese di aziende manifatturiere l’istruzione era meno importante: molti mestieri — il saldatore di metalli, il falegname — si imparavano lavorando. Ma in un’economia di servizi senza una buona istruzione si è perduti perché si rimane schiacciati in mestieri sottopagati. L’indagine dell’Ocse sui livelli di apprendimento dei ragazzi quindicenni («Problem
Solving for Tomorrow’s World ») mostra nn solo un ritardo delle scuole italiane rispetto a quelle europee, ma anche un forte divario fra Nord e Sud, anche a parità di voto scolastico. Un 4 in matematica in una scuola del Nord mostra un livello di
conoscenze superiori a un 7 in una scuola del Sud. Se poi confrontiamo i quindicenni italiani con i loro colleghi europei, la percentuale di coloro che — posti di fronte a un problema relativamente semplice, come decidere il percorso più efficiente in un
viaggio che deve toccare 6 città diverse — ottengono un voto superiore a 592 (in una scala da 0 a 750) sono il 30% in Finlandia, il 22% in Francia, Germania e nella Repubblica Ceca, solo l’11% in Italia.
E’ vero che le pensioni sono basse: la pensione media è di circa mille euro al mese. Ma come si possono pagare pensioni più alte in un Paese in cui 16 milioni di pensionati sono sostenuti da solo 24 milioni di lavoratori, quasi 7 pensionati per ogni dieci lavoratori? Se non si lavora di più, è difficile pagare pensioni più dignitose. Con una popolazione che invecchia il reddito delle famiglie dipende sempre più dalle pensioni ma anche dal rendimento dei risparmi accumulati in una vita. I risparmi delle famiglie italiane sono per lo più investiti in attività finanziarie domestiche: meno del 20% è investito in azioni e obbligazioni estere. Questo non è sorprendente: la presenza di banche estere in Italia è trascurabile, soprattutto nella gestione del risparmio, e le banche italiane sanno vendere solo titoli italiani, talvolta, come nel caso delle obbligazioni Cirio e Parmalat, per motivi inconfessabili. Ma se si investe in un Paese che non cresce, difficilmente si otterranno buoni rendimenti. Il monopolio delle banche italiane nel mercato del risparmio gestito non solo pone gravi problemi di trasparenza, ma produce anche rendimenti bassi, che comprimono i consumi dei molti anziani che vivono soprattutto di cedole.
Nel 1998 il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, appena eletto, cancellò la riforma pensionistica che era stata introdotta dal suo predecessore cristianodemocratico, Helmut Kohl, pochi mesi prima delle elezioni. Quella riforma alzava l’età di pensionamento, riduceva le prestazioni, aumentava i contributi, in una parola riduceva la ricchezza pensionistica delle famiglie tedesche. La notizia che la «legge Kohl» era stata abrogata avrebbe dovuto indurre le famiglie a risparmiare di meno
perché i tagli alla loro ricchezza pensionistica venivano cancellati. Tutt’altro: lo sconcerto e la preoccupazione per un problema che si riteneva risolto e invece veniva riaperto, indusse le famiglie tedesche a risparmiare di più. Quell’episodio è all’origine della stagnazione dei consumi tedeschi che dura da quasi un decennio.
A Caserta, il 13 gennaio scorso, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, aveva promesso la riforma delle pensioni entro il 30 marzo. Siamo a giugno e ancora in alto mare. Questi ritardi e l’incapacità del governo di decidere su questioni che toccano in profondità la vita di tutti noi non hanno solo un effetto meccanico sui conti pubblici. Preoccupano le famiglie e creano un clima di incertezza che, come è accaduto in Germania, deprime i consumi e quindi la crescita.

Francesco Giavazzi, Correre della Sera, 4 giugno 2007

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