Famo gli arternativi

21 Ott

Leggendo FdL da Toronto mi sono confermato il pensiero per cui Beth Ditto, cantantessa dei The Gossip, mi stia sulle scatole. All’infuori del discorso musicale il modello che se ne è costruito, in una certa misura non è neanche colpa sua a dircela tutta, è comunque una tizia che presumibilmente alta 170cm e pesante 150kg sia una persona figa.
C’è qualcosa di stupido nel mettere in copertina una persona obesa per esaltarla e non per dire “ehi stronzone, mangia pure che poi ti scoppia il cuore”, così come si potrebbe mettere in copertina una persona di 30kg per cantarne le lodi scheletriche; c’è qualcosa di stupidamente alternativo, pensando che siccome Cosmopolitan o Glamour incoronano una starlette a caso allora noi, che in fin dei conti siamo così fighi che della perfezione possiamo sbattercene, ci lanciamo su Beth Ditto che è una cicciona e dopo i nerd, le righe orizzontali e gli occhiali grossi rivalutiamo pure la malattia.

Poi magari Beth Ditto ha valori del sangue che neanche io me li sogno tanto sta bene, però non ci scommetterei.

In generale è un po’ il difetto dell’informazione musicale, di certa informazione specie anglosassone, quella di doversi misurare prima con i modelli più diffusi e poi dover creare un’alternativa un po’ freak, col risultato che pare semplicemente si stia remando sulla spiaggia con la riva a cinque metri, apparendo un po’ dei coglionazzi eccentrici e non certo una cosa tostissima che “boia me lo compro subito, hell yeah”. Ecco a me la moda quando ha il sottotitolo: lo faccio per andare contro a qualcosa di x, mi rompe le palle. E mi rompe le palle chi ci va dietro perchè in un turbinio di seghe mentali a furia di voler essere contro qualcosa si finisce poi per cadere in uno dei tanti cliché che ci stanno attorno.
A volte vedo questo atteggiamento anche nelle persone attorno a me, persone a cui voglio smisuratamente bene, piegarsi, muoversi, parlare, ballare in un determinato modo, che in quel momento signifcherà privatamente libertà, ma che non mi trasmette libertà, anzi, solo un senso di vaga omologazione di scomporsi troppo o troppo poco perchè cazzo la normalità certo è noiosa. Mi chiedo dunque se paragonandosi con ciò che ci sta attorno continuamente non finiamo poi per costruirci una libertà fin troppo chiusa e personale, difficilmente condivisibile, perchè ci insegnano da anni che bisogna essere non solo sé stessi ma anche differenti, spiccare in qualche modo. Mi viene da pensare che all’interno di un universo di persone ognuna a suo modo desiderosa di essere separabile da quell’altra non si vada contro un’entropia difficilmente gestibile dei rapporti umani, creando un cliché-anti-cliché: per essere qualcosa finisco per essere da solo.
Cosa sto dicendo? Non lo so, mi sento un po’ Houellebecq dei poverissimi. Qualcosa di questo finirà prima o poi nela mia tesi, credo.

E se Beth Ditto non è figa, figuriamoci i The Gossip.

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2 Risposte to “Famo gli arternativi”

  1. ceci domenica 21 ottobre a 10:00 pm #

    Nella seconda parte ho perso un po’ il filo, sono sincera..
    Per quanto riguarda la prima, rischio di essere maleducata, lo so, ma a me Beth Ditto mi sembra solo una cicciona (e dalla foto lo è più di quello che credevo) che è diventata l’emblema della falsità indie. L’importante è che sei diverso, che hai scarpe che non ha nessuno nel locale, che hia pantaloni improponibili, che sei anoressica o cicciona, ma ti prego, se vuoi essere al passo coi tempi, non essere normale, saresti out. Poi, agli indie, di come sta Beth Ditto, credo gliene freghi meno di zero.
    Non bisogna manteresi in peso forma per essere fighi, bisogna esserlo per sperare di campare di più e meglio.
    E sinceramente, essere l’icona indie non significa potersi permettere di abbandonare il buon gusto, non significa sentirsi giustificati a cantare con dei ciclisti neri, delle ballerine dorate e un reggiseno verde acido, ai limiti della decenza per l’occhio umano. In quel caso si diventa ridicoli.

  2. abba martedì 23 ottobre a 1:54 am #

    Non è la prima volta che il NME si lancia in queste operazioni, pompando -a seconda dei momenti- la coolness a tutti i costi o la not-coolness a tutti i costi.
    Concordo pienamente con te, alla fine sono solo le due facce della stessa medaglia; c’è un filo sottile che unisce una scoreggia come gli Horrors (sempre pompati dalla stessa rivista) e Beth Ditto, meno male che c’è qualcuno che se ne accorge…

    Ad ogni modo, più seguo il NME, più penso che Musica di Repubblica non era poi così male. C’era di peggio, ma non lo sapevo. Beata ignoranza.

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