Carta da parati per il ballo

3 Apr

È qualche settimana che ragiono sulla musica da ballo, ci costruisco sopra castelli che poi disfo in continuazione finendo poi con mettere assieme pezzi qua e la, cercando una via che mi possa permettere di leggere con soddisfazione ciò che questa musica porta con sé. Credo che la musica da ballo, espressione diretta di un certo tipo di sottocultura nata durante il ‘900 -accresciuta sempre di più dagli anni ’50 ad oggi-, quando raggiunge l’obiettivo di divertire e fare appunto ballare abbia già soddisfatto i criteri base per cui è nata. Il percorso forse è troppo meccanicistico, troppo lineare, facile, ma non penso sia per questo un punto a sfavore.
Il di più, quello che il benpensare apostrofa con “trasfigurazioni per l’anima”, è un’aggiunta che la critica musicale ha voluto affibbiare alla Detroit techno per poter giustificare una musica divertente creata da macchine, il cui spessore accademico maggiore era quello di Derrick May che sapeva imbracciare qualche strumento, gli altri erano delle capre che facevano cose praticamente a caso (tutti, dai primi esperimenti di Levan, passando per Knuckles, Hardy e Dj PIerre). Prima dell’avvento delle macchine i musicisti di swing, disco, northern soul o che altro si sono sempre occupati di costruire un’estetica piuttosto patinata attorno ai loro prodotti danzerecci, il cui contenuto era pressochè limitato all’efficacia della canzone stessa.

Il messaggio dietro a certe produzioni moderne è solo un contorno che l’autore aggiunge, raramente, e non è comunque autoevidente dal prodotto stesso. Per ogni canzone uscita da Detroit c’erano 10 manifesti e, all’infuori del nichilismo Millsiano o la poetica sonora di cose come Galaxy 2 Galaxy -espressioni peraltro meta-musicali-, non c’era nulla che nella musica potesse ricondurre alla lotta di classe, la riaffermazione della cultura nera o all’industrialismo degenerato della Motor City.

La produzione di musica dance è vincolata alla sua riuscita all’interno di un contesto determinato, a volte valido anche per il semplice ascolto svagato, ma la presenza di una semantica secondaria a quella musicale: a) non è primigenia, b) è contestualizzata a musiche elettroniche (ma non necessariamente, anche se in prevalenza) che non si rivolgono ad un certo tipo di ambiente come prima scelta. Alcuni esempi di ibridazione esistono e si pongono spesso come specchio di una transizione da un mondo all’altro (Orb, Autechre, Aphex) e molto più raramente presentano le capacità di poter fare da ponte tra i due poli (Underworld).

La musica da ballo creata dalle macchine, la house dei primi anni come momento di distacco, sorpassa sia quel punk che si proponeva di unire disimpegno nella costruzione musicale ed impegno nel simbolismo estetico-ideologico, sia l’hardcore americano che finì distrutto in buona parte dalle sue mani, arrivando ad essere una musica senza forma ma che può assumerle tutte; non è un contenitore da riempire perchè nacque come rottura e tuttora nelle sue espressioni maggiori è aggregante senza limitazioni, ma si presta a portare con sé il senso che ogni suo padre ritiene giusto affiancarle.

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2 Risposte to “Carta da parati per il ballo”

  1. maelstrom venerdì 4 aprile a 12:41 am #

    Nel forum di OR ho seguito con interesse la discussione e vedo con chiarezza qui riassunto il tuo punto di vista: personalmente lo condivido solo a metà, ma solamente perchè di fatto non vivo la “dimensione danza” della musica dance e apprezzo l’elettronica per gli stessi motivi per cui apprezzo il jazz, la classica o il post-rock, generi strumentali di cui seguo la trama, la tessitura, l’ordito e l’impianto sonoro.

    In una canzone, guardo alla scenza, concentrandomi sui dettagli. Sarà che è un periodo che ascolto solo in cuffia, non ho soldi nè spazio per un impianto decente….!

  2. albi aka albi venerdì 4 aprile a 11:52 am #

    sto ascoltando cobblestone jazz – 23 in questo momento, bello eh, ma che stracciamento di minchia. Cazzo decidetevi, se volete fare le cose fighe “da ascolto” almeno ogni tanto cambiate il tempo di quella cassa.
    a parte questo ecco il mio pensiero:
    trovare un’alchimia da ballo è una sfida molto più avvincente che realizzare un pezzo elettro-a-caso con dei suoni fighissimi e delle intersezioni fuori norma. é più avvincente perchè non devi convincere solo te stesso o qualche infuocato di turno ma un consistente massa di persone davanti a te.
    sarà che sono leninista.
    E a chi parla di scienza farei notare che quest’ultima ha come scopo l’efficacia e non l’estetica.
    sarà che sono uno a cui piacciono le cose che funzionano.
    forse m’è uscita un po’ polemica ma giuro no volevo. :)

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