Archivio | maggio, 2008

Qui si riga dritto e basta!

29 Mag

Va una merda, a livello fisico perchè di testa sono ancora a livelli di lucidità piuttosto solidi, il problema è che non si può -non si può!- avere un giorno la schiena bloccata e il giorno dopo un calo di pressione a causa dell’afa soffocante. È un problema quando succede questo a 21 anni. E mi commuovo all’arrivo di quasi ogni tappa del giro d’Italia.
Sono un po’ emozionato, sono un po’ nervoso.

È uscito il nuovo singolo di Hearthhrob, per la M_nus ma non la soltia roba M-nus (un po’ si dai, però cazzo, bello!).

Black or white

25 Mag

Se Kanye ha preso in prestito un po’ di Daft Punk la versione minorata dei due viene presa in pieno dalla versione minorata di Kanye West.

Wale – W.A.L.E.D.A.N.C.E.

Tea Leaf Dancer

23 Mag

Nipote di Alice Coltrane e cugino di Ravi Coltrane, Steven Ellison è noto soprattutto come Flying Lotus. Il suo hiphop è l’emanazione diretta della leggerezza del proprio nome d’arte, e tra i tanti produttori che riprendono l’utilizzo di sonorità invecchiate assieme a Madlib e J Dilla forma un trittico di rara potenza. Così, tanto per calare qualche aspettativa ridotta.

Esce ora con Los Angeles, gira in versione più o meno definitiva seppur in qualità non eccelsa, ma se si è sufficientemente pazienti da resistere ci si può riempire le orecchie con i suoi beat precedenti: il disco d’esordio 1983 del 2006 racconta già di un uomo alle prese con una materia sostanziosa ma capace di maneggiarla con perizia, mentre l’ep Reset uscito lo scorso anno affonda ogni speranza dei concorrenti di poterlo scavalcare in qualche maniera. Tea Leaf Dancer è l’incrocio tra la marcezza di Tricky e la precisione di Hancock tutto virato dentro l’hiphop colorato di rosa dalla voce di Andreya Triana, che non sarà una bellezza folgorante magari, ma da una voce così ci si farebbe fare davvero di tutto. E quel beat poi è talmente placido, soffice e sornionamente nascosto che è un mezzo miracolo di semplicità apparente.

Tra poco arriverà il nuovo disco, potete già cominciare a vantarvi di conoscere l’uomo nero più interessante del 2008.

Ci hanno preso tutto

21 Mag

Jessica Alba s’è sposata; ora tutti quanti ci si attacca al cazzo e si tira forte.

It is what it is

18 Mag

Il mestierare, l’artigianato -un po’ folkloristico magari- a cui si deve dare cura e dedizione per ottenere qualcosa, è un’arte non facile quanto possa sembrare, essere dei bravi artigiani o dei poser qualsiasi è segnato da un limite sottile tanto quanto il solco di un vinile appena stampato. The Roots è qualità diffusa negli anni, raccogliendo poco rispetto a quanto detto, fatto e concluso, e anche questa volta il colpo ha raggiunto l’obiettivo. Magari non al centro perfetto, ma da che li conosco mi sono persuaso del fatto che un disco perfettino non sarebbe un disco dei Roots. Rising Down è la continuazione di ciò che sono e resteranno i ragazzi di Philadelphia, mai una goccia di sangue in meno anche quando il concetto stesso di protesta viene diluito all’interno della frammentazione dei mezzi informativi (e dove qui trova forza di ritorno, una forza apparente quasi quanto quella centrifuga), ma è la forma che conta e su questa non si sbaglia.

L’appartenenza culturale, la coerenza, l’onesta intellettuale sono parole e idee che hanno basi solide tanto quanto il detto che inizia con “verba manent”, i Roots però scolpiscono e modellano con precisione anno dopo anno questi pensieri, e lo fanno con una bravura che ormai non stupisce più, ed è un peccato, perchè se da un lato le cose vanno sempre alla grande dall’altro sono anche le stesse cose che conosciamo come le nostre tasche. Non è un male assoluto, anzi, ma trovare rassicurante un gruppo come questo è un esercizio yoga degno solo della distanza linguistica che non permette di rabbrividire nella giusta misura.

Presenti, tra i tanti: Talib Kweli in gran forma, Mos Def che dovrebber lasciar perdere la telecamera e tornare a fare il rapper e Dice Raw appena uscito da un mondo parallelo.

The Roots – Rising Down (feat. Mos Def & Styles P)

Mutiny

16 Mag

Era Of Diversion porta con sé un carico di aspettative forse troppo alto, perché è vero che gli statunitensi in questione hanno mostrato grandi qualità, ma su un numero esiguo di produzioni: chissà poi come sarebbe stato un disco… Il disco non è orrendo, e già questo è un mezzo passo che li salva dall’accezione “meteore”, è solo fuori fuoco, ci voleva meno programmaticità. Gli Evol Intent quando si scatenano, quando appoggiano il mattone sul pedale del gas e non si curano più di nulla sono immensi, quando fanno uscire il loro essere degli americani senza misure arrivano diretti al punto, lasciano piovere una catastrofe di break che letteralmente trascina via. Sono all’esatto opposto della barricata dove abbiamo trovato Klute, non importa cosa si vuole suscitare attorno alla propria musica, l’atteggiamento è da kid hardcore e non gli interessa nulla.

L’altra faccia della medaglia è il loro lato acculturato, perché saranno pure tre (ex?) teppistelli del suono ma di break, acid e Aphex se ne sono mangiati parecchi, e si sente fin troppo. Il risultato è che l’eccessiva compostezza non dona per nulla al loro suono, ci si ritrova per le mani canzoni curate al dettaglio, ma congelate in un manierismo che rimanda fin troppo a sonorità andate; persino quando qualche MC ci mette la propria voce, la cosa non frulla a dovere, non è grime e non è drum’n’bass, ma non è nemmeno affascinante.

Ci si tenga buone le emanazioni migliori di un disco d’esordio che è già un disco di transizione: la title track, “8-bit Bitch” nella versione remixata dall’ottimo Spor, e più in generale l’ultimo lotto di canzoni, dove trova spazio quanto detto sopra, quella libertà d’azione che non è nient’altro che violenza ingiustificata, nichilismo ed egocentrismo, un perfetto specchio di ciò che il mondo propone quotidianamente, riversato dentro ritmiche serratissime, urla ed esplosioni.

Gli Evol sono per definizionie il ribaltamento di Love e quando riescono a esprimersi appieno, procedono con mutilazioni sonore in cui l’anima non trova davvero posto. Quando tentano di essere anche lo specchio del proprio nome, cercano di trasmettere un’anima artificiosa, che anche in una modernità ormai costruita e vissuta da macchine, non è ancora valida.

Get my money, buy my medicine

12 Mag

Johnny Cash, presente? Quello delle cover di U2, Joe Strummer, Nine Inch Nails e prima qualche decina di dischi immensi di roba country con due palle grosse così. Uno che ha maledetto un sacco il signore prima di scoprire una vocazione fuori dal comune, e che comunque con la voce distrutta che aveva ha scritto pagine di storia veramente poco pettinate.

Snoop Dogg invece lo abbiamo presente più o meno tutti quanti, e anche lui come soggetto non è niente male. Prima il gangsta con dei dischi a volte molto belli, negli ultimi tempi più uomo-immagine-regista-porno, ma comunque uno sempre piuttosto eccessivo. E così, per il gusto completista da bianco più negro di Bologna mi sono ascoltato il suo disco, anche se in ritardo, ed in mezzo c’era questa cosa: My Medicine. Una vecchia canzone di Johnny Cash reinterpretata proprio da Snoop. Niente stronzate hiphop, c’è lo smilzo che “imbraccia” la chitarra acustica e ci da dentro. Geniale.

Per chi ha fretta:

Per chi ha pazienza: Snoop Dogg – My Medicine