Archivio | giugno, 2008

M29: Berlin to Berlin

29 Giu

Una città bellissima. Troppe cose da vedere in così poco tempo, troppe cose da fare in così poche serate. Dal Ku’Damm passando per Potsdam e finendo dentro a Oranienstrasse lungo tutta Kreuzberg, dal passato remoto distrutto e ricostruito fino alla rinascita post-muro, la storia travagliata di due città in una e un’efficienza, una gentilezza e un mangiar bene inaspettato.

berlin mauerBerlino è una città inaspettata, da un angolo vedi la sede di qualche azienda dentro ad un grattacielo di Renzo Piano e sotto ai tuoi piedi pesti il tracciato segnato dal muro, senza sentirti in nessun modo in peccato con la storia, anzi, vivendo appieno ciò che rappresenta Berlino dal dopoguerra ad ora, passando per la svolta della riunificazione. Se c’è qualcuno che ha imparato a rimboccarsi le maniche è il berlinese, e con lui chiunque arrivi in città. Potsdamer Platz era attraversata da quella colata di cemento comunemente conosicuta come muro, è stata il simbolo assieme al Checkpoint Charlie della stupidità e dell’ingiustizia formalmente riconosciute, ora è una stazione di vetro, grattacieli dalle forme strane, l’hq europeo di Sony, il cinema in 3d. Del muro c’è qualche pezzo, molte scritte post-1989, moltissime gomme masticate appiccicate, un finto militare che vende finti passaporti russi. Berlino rimboccandosi le maniche, con una voglia di ripartire covata per 40 anni si è dimenticata di ricordare. Quando se lo ricorda costa 12,50€.
Però non puoi dargli troppo torto nell’aver rinnovato tutto, specie se la pinacoteca federale ha questo aspetto, gli uffici dei ministri stanno dentro a palazzi come questo e nessuna auto blu era parcheggiata nei dintorni.

kreuzbergKreuzberg è l’immigrazione ai tempi del turismo, di internet con il wifi e dei locali con la bandiera turca esposta fuori in pieno clima prepartita. Se tutto funziona a meraviglia è anche merito loro che guidano gli autobus e i taxi, non permettono a starbucks di aprire nelle loro vie ma ti offrono tutto e meglio di quanto l’americano potrebbe fare, colorano i propri palazzi, aprono boutique di abiti homemade, girano con auto degli anni ’90 e hanno Hardwax al terzo piano (Basic Channel al quarto) di Paul-Lincke-Ufer 44.

Ero più agitato prima di entrare da Hardwax che prima dell’esame di maturità. Dentro è il mio personalissimo paradiso, divisione in US labels ed euro labels, tutta la M series di Maurizio, la roba Basic Channel, Chain Reaction, Underground Resistance, Strictly Rhythm, Dance Mania, uZiq, Tempa, Hyperdub, tutto cazzo. C’era tutto.
Una figata immensa e poche storie (specie quando i dischi te li consegna lui a destra, aka lui, già conosciuto qui).

In agghiunta, a Berlino ho ascoltato soprattutto questa roba qui:

1. James Ruskin – Scene
2. The Fix – Duck Butter
3. Conforce – Junction
4. Smith & Selway – Total Departure
5. Andrea Roma – Prosciutto
6. Anja Schneider – Mole
7. Redshape – Plonk (dub)
8. Atjazz – Love Someone (Atjazz Deeper Mix)
9. Pilooski – Love Is Wet

SushiNoGoten – Apricot

There’s a problem to fix

19 Giu

Non Facciamo Morire FdF

Come Darren Emerson al Single

18 Giu

Non è una novità, tantomeno una scoperta, però il fatto per cui le decadi che vivono di revivalismo più o meno spicciolo si seguano piuttosto in fretta è una cosa a cui tutti -più o meno- abbiamo fatto l’abitudine. Il taglio ’80s di molte produzioni elettroniche degli ultimi anni, partendo dal chiaccheratissimo Tiga (con un disco nuovo in autunno, dicono), passando per Jacques LuCont aka Stuart Price con la produzione di Confessions On A Dancefloor, i giustamente dimentica Klaxons -tanto per citare le cose più hype- e approdando alla Ed Banger che fa sua tutta una certa iconografia fluo, a cui poi si sono accodate migliaia di persone deviando su tutto ciò che proviene dal marchio American Apparel.
Non è ancora finita quella storia, ma.

Ora, ognuno ha le proprie fonti e tra quelle che tengo ben stretto per me e quelle ovvie, c’è Dance Revolution dei mesi scorsi e da qualche giorno il ritorno del Deejay Time. Belli o brutti segnano entrambi la sottile linea che sta tra l’essere un duo di dj milanesi che fanno roba fidget ad essere la coppia di produttori più spinta sul programma delle due del pomeriggio del maggior network radiofonico privato. Cartina tornasole, ecco come si dice.
Questa cartina tornasole dice alcune cose: a parte Albertino che suona Boys Noize e sampla il “wow” del rmx di Salmon Dance dei Crookers dice che diversi produttori stanno scavando nei propri vinili dance anni ’90 per farne versioni targate 2008. Il nuovo riflusso dunque sta già arrivando? Rivlauteremo i P.O.D.? I giri di batteria con pochissimi piatti? Le chitarre con molte corde? Le cantanti negre e il synth trance su ritmo composto? Buona Domenica?

Tutte queste inutilissime righe per stupirmi pubblicamente della presenza di Darren Emerson al Single di Bologna (San Lazzaro a dircela tutta). Luogo di rara insipienza. Non me ne abbiano gli avventori ma in epoca 2.0 ognuno si misura dal sito che si ritrova.
Se avete il numero di cellulare di Emerson mandategli un sms con una scusa qualsiasi da inventarsi.

E comunque:

Come Dio remixato da Gesù

17 Giu

C’è questa compila Verve \ Remixed che non è niente di speciale. Ci sono remix spesso normali e a volte scadenti su artisti spesso storici e leggendari. C’è Pilooski su Nina Simone, gli Psapp su Astrud Gilberto, Mocky su Anita O’Day e così via. Niente di sconvolgente dicevo.

Fino a quando Kenny ‘Dope’ Gonzalez non prende per mano James Brown e si fa tirare giù fin sotto le ascelle del funk: il risultato è roba da Masters At Work nell’incarnazione Nuyorican Soul mandati in giro con il pantalone a zampa.

James Brown – There Was A Time (Kenny Dope remix)

Il suono dietro la maschera

9 Giu

Produttore quatomeno efficace in ogni sua uscita, episodicamente ma sempre più spesso: necessario.
Redshape aka redshape non ha nome né volto, si presenta con la sua maschera e molto banalmente con la sua musica. L’approccio è il solito da intellettualoide della techno: Mad Mike docet. Il punto è che il signorino dietro alla maschera sa il fatto suo e conosce i punti giusti dove andare a parare sia per dare il tiro giusto alle canzoni sia per dare quello spessore che alla caterva di produzioni techno post-2000 è mancata per gran parte.

Citare Hawtin e BC pare banale e ripetitivo e se -seppur con le dovute precauzioni- il suo suono è accostabile alla scena berlinese il nostro è tra i pochi ad aver coltivato un gusto melodico essenziale ma mai banale, per intenderci (e per intenditori) vicino a quel bellissimo disco che è Snowboarding in Argentina degli Swayzak; la “cosa dub” però è assai più sviluppata rispetto a Taylor & Brown, e l’ossessione per la cura del suono è evidente già dai primi ascolti di un colossale ep come Telefunk: tra i must have di inizio secolo.

Le affinità con i big però non si fermano lì dove arriva Telefunk, dal 2006 Redshape sbaglia pochissimo e si impone progressivamente come una delle teste di ponte per lo sviluppo della techno attuale (Mathew Jonson lo suona costantemente nei suoi set, tanto per raccontarcela tutta). Con Unfinished Simmetry, semplicemente, scoppia. Tira una riga dritta tra berlino e detroit e ci starnazza dentro con tutto il gusto europeo che non sa nascondere dietro alla maschera. La title track con le sue melodie circolari e il gusto analogico di queste posato sopra alla pressochè stagnante ritmica segna il passo con tutto ciò che hanno rappresentato le scoreggine dell’ondata di hype creatasi attorno al mondo minimal: la profondità del suono che parte dai synth e tocca il centro della terra con una bassline di rara compattezza è puro piacere.

Ritorna ora con Plonk e scordatevi pure quanto ho scritto sopra. La formalità del suono viene spazzata via per fare spazio ad una bufera di subwoofer e crescendo percussivo rave (non è un caso che venga masterizzato e prodotto al Dubplates & Mastering di Berlino, aka Hardwax). Dopo aver dominato in lungo e in largo il 2008 con il take su Yuro & Trago (e-sa-ge-ra-to!) eccolo alle prese con altra materia elettronica, questa volta vicina alla Kompakt, ma che da essa rimane comunque circostanziata nel piglio maleducato di certe produzioni tedesche.

Redshape non è il qua ed ora, sta un passetto più avanti. Voi probabilmente siete già in ritardo.

Redshape live @ Brancaleone, Roma

P.S. abbuffarsi dai cataloghi Delsin, Sytrax e Rush Hour per chi apprezza, ma anche Theo Parrish e Newworldaquarium.

Non ci sono più i p2p di una volta

9 Giu

Outing:

È una settimana che cerco di scaricare l’ep Plonk di Redshape senza successo. Mi romperebbe mettere la carretta davanti ai buoi e comprarlo a scatola chiusa, ormai sono (siamo) troppo viziato.

We call it techno

6 Giu

A new film about Germany’s early rave and techno culture arrives on DVD next week. We Call It Techno! includes interviews with Sven Väth, Riley Reinhold and Ata.

The film emphasises techno’s DIY foundations, telling the story of the rise of the genre with everyday, likeminded music lovers becoming DJs, promoters, label and record store owners. The 100-minute documentary made by Maren Sextro and Holger Wick charts the rise of techno in Berlin, Frankfurt and Cologne from pre- to post-Wall Germany.

The film includes still images and unreleased film captured 1988-93 of the first Love Parade, Frankfurt’s first techno clubs Omen and Dorian Gray, the Hardwax and Delirium record stores plus interviews with Ata, Mijk van Dijk, DJ Hell, Cosmic Baby, Wolfgang Voigt and more.

Check out the trailer below:

We Call it Techno!’ screens at Bablyon Theatre in Berlin on June 12, 2008. It arrives in stores on DVD (in German with English subtitles) on June 16, 2008. (RA)