Archivio | settembre, 2008

Adesso che non c’è più topo gigio

29 Set

Billie Piper aka il puttanone

Mi sono appassionato a Secret Diary of a Call Girl. Telefilm inglese con ex teen idol dei tempi che furono, ora bella donna, che interpreta -non si capiva eh?- una puttana. Tutto molto bello, qualche tetta di lato, qualche culo, soldi, sigarette. Si intravede Londra ogni tanto. Come Sex and the City ma senza la morale alla fine, o come Mission Impossible ma con il porno.

Brevilineo

27 Set

http://w-ki.com/uncategorized/basic-channel-label.html

Se non vedete i link fatevi una mini-registrazione, pazzi.

L’indianata

23 Set
belli di padella

Dusk + Blackdown: belli di padella

Ok, mi sa che arrivo in ritardo, però insomma tempo al tempo. Dusk + Blackdown sono due tizi londinesi che tirano su un un wall of bass che forse solo i Sunn O))), poi narcotizzano tutto con inserti bollywood per fattoni e tritano nel minipimer un’attitudine break da prego spostarsi. Uno dice che già così potrebbe bastare. Infatti si.

Dusk + Blackdown – Kuri Pataka (The Firecracker Girl) ft. Teji & Farrah
Dusk + Blackdown – Rolling Raj Deep

Margins Music è un disco da vertice della tensione, fa amare una quantità temibile di inserti inutilmente etnici ed è capace di dare una fotografia dettagliata di ciò che sta succedendo nell’underground di Londra. Spacca e bona lé.

L’uomo nero

21 Set

Prima il dovere:
non ho capito affatto la scelta dell’organizzazione di dividere la sala principale in due parti, senza una vera e propria divisione, decidendo di montare un secondo palco + regia al centro del salone. Ciò ha comportato un effetto sardina per tutta la durata dell’esibizione di jeff mills con la solita gente di merda, presenzialista, stupida e bifolca, lì per esibire i propri rayban wayfarer colorati piuttosto che divertirsi con uno dei capi della detroit techno.
Perciò: organizzazione 5/10, pubblico hipster/10

Poi il piacere:
Radiq (jap) è un tizio di media statura che non sembra neanche troppo giapponese. Con la coda di cavallo da samurai di sto cazzo. Ableton techno, metti la cassa togli la cassa, gioca con gli effetti, sbadiglia. A casa.

Monolake

Monolake

Monolake (teteschia) ha fatto un live discutibile. Da un lato quei 45 minuti di roba tutta sua non ballabile, microvariazioni, bassi esplosi e malattia mentale diffusa. Molto più vicino al materiale di Polygon Cities piuttosto che ad una Alaska. Personalmente meraviglioso, quell’uomo ha uno schema a cui fa riferimento, se l’è scritto da solo e lo capisce solo lui fino a quando non arriva l’ultimo suono, rifondando ancora il concetto di scultura sonora nel tempo. Dopo questa prima parte si è lasciato andare a della sana technaccia berlinese come iddio comanda, con quell’incedere figlio di puttana a metà strada tra sé stesso e la roba BC. Poco apprezzato dalla stragrande maggioranza del pubblico che -precedendo Mills- si aspettava un set molto pià ballabile. Probabilmente le loro aspettative erano giuste, ma vuol dire anche che non conoscevano il soggetto in questione.

L'uomo nero

Jeff Mills

Jeff Mills è Jeff Mills (motor city). Non puoi scappare, non ti sorprende eppure sei basito comunque. Aldilà della sua freddezza,  degli ignoranti che gli rompevano il cazzo dalle prime file e di un evidente problema con la piastra di sinistra (a meno che non avesse un sacco di dischi rovinati, cosa che tendo a scartare) il suo è stato il dj set techno. Roba dritta senza sosta, quando ha preso il ritmo non c’è stato scampo, ha infilato suoi classici, roba di Beltram, classiconi della UR e anche diverse cose di quella Berlino che nei primi ’90 l’ha adottato idealmente. Ha suonato anche Phylyps Trak di Moritz & Mark. Soprattutto ha suonato una cosa dei Drexciya in una versione che probabilmente ha solo lui.
Di gente che mixa (con i cd o i dischi, astenersi computeromani) ne ho vista parecchia, si trattava soprattutto di dj techno che si rifanno molto ad uno stile moderno, preciso e fluido. Cercano di creare un flusso sonoro che porti l’ascoltatore con sé. Jeff Mills però suona Detroit Techno, ed è una musica che si presta poco a certe interpretazioni con attacchi bruschi, equalizzazioni da pazzi e una filosofia di fondo particolarmente punk. Tutto questo influisce in larghissima aprte sul modo di mettere i dischi e Mills ne è un brillante esempio con mix spesso tagliati, casse che cambiano di intensità, un certo menefreghismo per l’udito degli astanti (cosa che trovo meravigliosa) ed un uso malato dei loop.
Il momento migliori a circa metà dell’esibizione con una progressioni di acid techno tra phuture, dj pierre e hardcore you know the score da far sanguinare anche le gengive.

La piccola nota emo di una buona serata, con due grandissimi della techno inseriti forse un con troppa leggerezza in un contesto mal studiato: ho amato, amo e amerò per sempre Jeff Mills e ciò che rappresenta e non credo sia un caso mi sia commosso quando l’ho visto per la prima votla nella mia vita dietro le piastre.

Cose a caso

10 Set

Ho infilato quattro o cinque dischi molto belli, non ho molta voglia di scrivere in questi giorni, però loro meritano almeno qualche riga:

Madlib & Peanut Butter Wolf – The Other Side: Los Angeles [Sones Throw, 2007];
I capi dell’hiphop del futuro si siedono e si fanno la cassettina. Uno sceglie i pezzi l’altro li mixa. Poi c’è il dvd in cui PBW ci porta a spasso per LA a fare shopping, a bere a ballare e a fare le cose che gli piace fare, parlando con gli amici della Stones Throw raccontandoci di una metropoli troppo grande per non amarla.

A Guy Called Gerald – In Ya Head [12″, Perlon, 2008]; 7,5/10
A Guy Caled Gerald – Proto Acid\Berlin Sessions; [12″, Laboratory Instinct, 2008];
Gerald Simpson ha molto più vite di un gatto. L’album Proto Acid è l’analogicità electro col turbo nel culo. Uno che il giorno in cui si rompe le scatole della musica va a fare il demolitore.
In Ya Head insegna a tutti i produttori-chiavetta-ableton a far girare bassline-drum machine-synth mentre li saluta con l’altra mano.

Frivolous – Island Of Sanctity [12″, ~scape, 2008];
Affascinante uscita Daniel Gardner. I suoi prof avevano perso la speranza, a causa di un deficit di apprendimento, nell’insegnargli qualcosa di più complesso nell’avanzare delle classi. Epperò un giorno appare Electronic Music Composition, un corso per fricchettoni con tutta evidenza, e Daniel emerge. Ora cerca la sua via per parlarci di techno e deep house. Island Of Sanctity è uno di quei dischi che ti riconciliano con il 4/4, grazie ad un notevolissimo lavoro sui suoni ed una ricerca verso il ritmo mai banale.

Pulshar – Nospheratu [12″, Phonobox, 2008];
Side A: l’originale trip ragga dub elettronico è roba da gourmet della fattanza. Rimandi di paesi lontani dietro a fraseggi elettronici ed un cantato da bagnamutande. La colonna sonora perfetta per le vostre polluzioni solitarie.
Side B: il take Echospace è mostruoso. Non so cosa stia attraversando Rod Modell ma è in uno stato di grazia impietoso per gli altri. non è un caso venga chiamata Echospace Reduction perchè dell’altro lato rimane solo un basso esplosivo ed un charlie, stop. Diventa materia detroitiana ambient con un incedere da jamaica del 2121. Non lo so cazzo, non lo so.

L’ira funesta dei profughi di Ableton Live

3 Set
James Holden @ the controls

James Holden @ the controls

The change in dance music is that now everyone has a laptop and everyone can get a cracked copy of Ableton, so suddenly everyone is making what I call ‘Ableton techno’, and you get all these pedestrian records that just use the default sounds. When something is so common and easy to make, it has no value any more. I have to be careful as I always end up pissing people off who like that kind of thing, but I could be grumpy about it for hours! (e altre cose meno scontate, qui)

Finchè non lo vedo non ci credo

1 Set
We Call It Techno

We Call It Techno!

Proiezione, con sottotili in italiano,  il 18 di settembre alla Cineteca di Bologna, ore 18.

Ripeto.

Proiezione, con sottotili in italiano,  il 18 di settembre alla Cineteca di Bologna, ore 18.

Non so se mi sono spiegato.