Archivio | novembre, 2008

In italia la gente odia la musica

28 Nov

Un post di risposta a questo ma che segnala questo.

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A broken beat affair

26 Nov

Buraka Som Sistema sono Rui “DJ Riot” Pité, João “Lil’ John” Barbosa, and Andro “Conductor” Carvalho accompagnati dall’mc Kalaf Angelo. Si tratta di un pachiderma house, hip-house, ghetto, soprattutto e tanto Van Helden. Soprattutto e tanto divertenti. Suoni gommosi che riprendono tutta la NYC produttiva di dieci anni fa, broken beat e hiphop a sassaiola e ospitate di livello tra cui M.I.A. nel mostruoso singolo Sound Of Kuduro che precede Black Diamond, candidato ad essere un disco di quelli da suonare fino a che morte non ci separi. Dal portogallo, bontà loro, stanno spaccando le chiappe a tutti e gli tocca aprire a quei pirletti dei Simian Mobile mentre dovrebbe essere il contrario.
Non dite che non vi ho avvisati quando saranno nella Supalova 17 l’anno prossimo.

Buraka Som Sistema mixtape
Buraka Som Sistema – Fader mixtape
(da discobelle)

King Midas Sound invece è l’underground londinese che chiama sottovoce. C’era una cosa lì in mezzo al Box Of Dub della Soul Jazz, ma… Roger Robinson (chi?) e Kevin Martin (The Bug und Techno Animal) giocano con voci, riverberi, echi di suoni lontani e poi boom. Arriva il tank ritmico a sparare preciso come un chirurgo e con l’educazione propria di un cingolato grime. Escono con Cool Out, primo singolo, in maniera parecchio sobria: innanzitutto vengono pubblicati dalla Hyperdub di Kode9, poi ci mettono un remix di Dabrye che fa il Vikter Duplaix indie e siccome non è mai abbastanza arriva un secondo remixer di passaggio aka Flying Lotus che su Lost se ne esce con un lavoro di percussioni dub più scuro di un film noir.

Finchè dura, altrimenti un assaggino.

Roots, dub, raggae

25 Nov

Avvistato e trattato.

Razionalità di ritorno

21 Nov

Ministro, lei che cosa direbbe al padre di Eluana? «Io non lo so proprio che cosa gli direi. Qui, se lei mi fa la domanda, dico che non sarei capace di chiedere di staccare la spina a un figlio. Non ce la farei. Separarsi da un figlio in questo modo è l’inimmaginabile. Essere tu a spingerli nel buio… come si fa? Ma di dire una cosa del genere son capaci tutti. La verità è che senza il dolore, non si può dire niente. Uno parla in una realtà normale, quotidiana, e l’altro è da tutt’altra parte. È da solo su un altro pianeta». Insomma, di esperienze di questo genere non si può parlare? «E come si fa? Qualcuno è capace di dire quello che deve fare a una persona che ha vissuto per sedici anni nel dolore totale? Di dare consigli a chi ha visto per sedici anni il dolore di una figlia? È troppo. Si getta la spugna». Un incredibile Umberto Bossi, su corriere.it

Dance, nothing left for me to do but dance

17 Nov

Jamiroquai – The Return Of The Space Cowboy [Sony, 1994];
Jamiroquai – Travelling Without Moving [Sony, 1996];
Jamiroquai – Synkronized [Sony, 1999];
È tutto nel funk, nel giro di basso e il trip più acido che ci si possa tirare quando si suona. I primi due dischi sono roba da fattoni di primordine, con frequenti capatine nella lucidità per poi tornare giù nel acid jazz a 100 all’ora. Synkronized è l’inizio della fine, però Canned Heat è roba house con un basso assassino e gli archi che vanno e vengono e lui che fa l’isterico. Da sola è 9.

Wilson, Heard, Owens

Wilson, Heard, Owens

Fingers Inc. – Another Side [2xLP, Jack Trax, 1988];
Summer of ’88 = acid house. In inghilterra stavano impazzendo dopo aver ascoltato tutto il giorno i phuture, dj pierre era il negro più famoso del mondo e le pasticche erano giusto dietro l’angolo. I KLF erano pronti a fare il botto e gli 808 State erano ben più chedegli emergenti.
Larry Heard altresì conosciuto come “una ottima alternativa a dio” con i suoi Fingers Inc invece se ne esce con questa cosa che, a scanso di inconcepibili equivoci nati con i primi singoli, è la maturaità dalla house. Deepness a profusione, cantati soul, funk robotico e plastico, archi, sample e selvaggina. È una storia di quelle da raccontare ai figli, perchè Heard, Owens e Wilson pubblicati dalla Jack Trax sono peggio dell’attacco dell’Olanda di Cruyff e hanno portato l’house in classifica, l’hanno pulita da un passato ghettostyle ancora serpeggiante e hanno tirato le fila delle produzioni da lì fino a qui, cioè 20 anni dopo. Molto banalmente obbligatorio.

Marco Carola – Bloody Cash [12″, Plus8, 2008];
Dopo alcune uscite poco significative il napoletano torna a sfornare cose di buon gusto e soprattutto ottimi tool da dancefloor. La falsariga è quella di Smith & Selway, techno pestona quanto basta e un sacco di percussioni, qui tutto più morbido con la title track che si muove con un synth sinuoso e quello shaker che fa tanto balearic. Buona la terza, Pampero, che fa lo stesso gioco della prima ma con un accneto più underground e notturno. Non siamo su grandi livelli, ma prendiamolo come un riscaldamento.

Mr. Oizo – Positif EP [12″, Ed Banger, 2008];
Voto negativo per Oizo che fa da dieci anni lo stesso pezzo e per il suono Ed Banger che ha rotto il cazzo alla grandissima. Non siete Kid606 e speriamo che morite.
C’è in mezzo un rmx di LFO da mettere nella guida “fenomenologia della minchiata”. È una tragedia.

ex-Pylon – Daemon Oak [l’ha trovato maxcar e rendiamogli grazie]; 8/10
O TECHNO O MORTE! Roba old school da lacrimoni agli occhi, questo tizio fa dei numeri indegni e ci pesta come un dannato di sola bassline. Tra Beltram, Rush e la prima roba UR con i suoni del 2008 e un’attitudine da nazista di merda.

Amore09 @ Roma, la lineup;
Cariatidi.

Questo blog aggiornato sempre di meno risorgerà (spero).

Gorgeous

9 Nov

LeBron James e Nicole Scherzinger per Nike.

Una settimana se ne va

7 Nov

Theo Parrish – Going Downstairs Pt. 1&2 [12″, Sound Signature, 2008];
Mi chiama un amico e non mi saluta neanche, parte subito dicendo: “Guarda, Theo Parrish è andato giù di testa, ascoltati l’ultimo”. E così mi sono ascoltato l’ultimo, che è questa doppietta per un totale di 20 minuti in cui l’uomo di Detroit va giù a siluro nella cultura nera. Going Downstairs non è un titolo a caso, si va al piano ancora sotto l’underground, c’è una rilettura del soul motown e dei canti dei campi con il loro incedere ancora figlio della tribalità. “I’m going downstairs” diventa un mantra recitato ossessivamente, piattini che accompagnano basso e kick come in un rito voodoo. La part2 è la versione solare di quello che si è trovato prima, con il synth che gorgeggia sorridente e un arrangiamento più jazzy tipicamente parrish-iano. Se prima era già un mito ora non so più che dire.

Samuel L Session – Choose EP [12″, Be As One Imprint, 2008];
Ep di grande sapienza da parte di Larsson. Uscito il 3 novembre fotografa tutto ciò che è stato l’andazzo del 2008 da ballare, piaciuto o non piaciuto (specie che dopo l’annuncio delle date della Music Conference tutti hanno iniziato a domandarsi che piega prenderà il 2009, così tanto per muoversi in tempo).
A parte che pare sia rimasto uno dei pochi a fare techno in senso stretto e perciò stima, Choose è roba deep ma non maliziosa, anzi è bella tosta e mascula, specie Choose Two che senza troppe seghe la mette giù sul four to the floor per aprire alla vecchia su un panorama vibrante di synth e bassline di pongo. Poco fumo e molto arrosto, un must have.

Lawrence – Miles [12″, Dial, 2008];
Questo invece esce il 10 di novembre, ma fare i brillanti a volte ti da una mano. Come è come non è, la Dial esce anche quest’anno con la figata da salotto pettinato, perchè il caro Peter Kersten tira fuori dal cilindro la Saturn Strobe (del fenomenico Pantha Du Prince) del 2008 (o la Lohn & Brot per chi ha amato Efdemin). Insomma, è un viaggio di quelli rari dentro la bruttezza delle città e la bellezza delle persone: Miles (version) fa il verso ai Rhythm and Sound ma non parla della stessa fattanza, è una lingua più occidentale, meno meltinpot, più triste che malinconica anche se, mistero, alla fine del disco sei pacificato col mondo.

Dubfire & Oliver Huntemann – Dios [12″, Ideal Audio, 2008];
Da due così come minimo ti aspetti il bombardamento di Dresda, una sevizia inutile e gratuita da poter sfoderare per i momenti più gioiosi e balearici, di quei numeri acidi e percussivi da buttare sul deck senza neanche misurare inizio o fine o crescendo, lo metti sperando che il look costruito mattoncino su mattoncino degli hipster in sala si polverizzi assieme ai loro occhiali e alle tette a forma di mouse dei primi mac delle loro fidanzate. Da due così ti aspetti dieci minuti di insipienza ritmica e pattern acidi da suonare anche mentre vai al cesso a fare un Marvin Gaye di merda per ingigantire l’esperienza sensoriale.
Invece è una cosa di una noia, ma di una noia che piuttosto uno va a fare il ragioniere a vita.

Deadbeat – Roots and Wire [Wagon Repair, 2008]
E non si venga a dire che non vi avevamo avvertiti, sono anni che qui lo sponsorizziamo, il signor Deadbeat. E facciamo bene, mannaggia a noi.
Roots and Wire ce lo vogliono vendere come dubstep, invece è un disco di roba techno con un’attitudine dub esagerata e un paio di incursioni fighissime dentro al reggae elettronico. Grounation (Berghain Drum Jack) è un arnese da discoteca di quelli difficili da trattenere, gira a 126bpm ma dentro ci sono i konono sotto mdma che pestano come dei dannati un ritmo che sembra fatto da mille isterici con il beat synch in testa. Numeri del genere, ne uscissero uno al mese si suonerebbero sempre e solo dodici dischi l’anno.
Ma è tutto il disco ad avere un’attitudine al tiro afro davvero bella, tutto assemblato a modo da uno che il fatto suo lo ha imparato da tempo e ora sta mettendo a frutto tutto quello che gli altri non sanno fare in questa misura.