Una settimana se ne va

7 Nov

Theo Parrish – Going Downstairs Pt. 1&2 [12″, Sound Signature, 2008];
Mi chiama un amico e non mi saluta neanche, parte subito dicendo: “Guarda, Theo Parrish è andato giù di testa, ascoltati l’ultimo”. E così mi sono ascoltato l’ultimo, che è questa doppietta per un totale di 20 minuti in cui l’uomo di Detroit va giù a siluro nella cultura nera. Going Downstairs non è un titolo a caso, si va al piano ancora sotto l’underground, c’è una rilettura del soul motown e dei canti dei campi con il loro incedere ancora figlio della tribalità. “I’m going downstairs” diventa un mantra recitato ossessivamente, piattini che accompagnano basso e kick come in un rito voodoo. La part2 è la versione solare di quello che si è trovato prima, con il synth che gorgeggia sorridente e un arrangiamento più jazzy tipicamente parrish-iano. Se prima era già un mito ora non so più che dire.

Samuel L Session – Choose EP [12″, Be As One Imprint, 2008];
Ep di grande sapienza da parte di Larsson. Uscito il 3 novembre fotografa tutto ciò che è stato l’andazzo del 2008 da ballare, piaciuto o non piaciuto (specie che dopo l’annuncio delle date della Music Conference tutti hanno iniziato a domandarsi che piega prenderà il 2009, così tanto per muoversi in tempo).
A parte che pare sia rimasto uno dei pochi a fare techno in senso stretto e perciò stima, Choose è roba deep ma non maliziosa, anzi è bella tosta e mascula, specie Choose Two che senza troppe seghe la mette giù sul four to the floor per aprire alla vecchia su un panorama vibrante di synth e bassline di pongo. Poco fumo e molto arrosto, un must have.

Lawrence – Miles [12″, Dial, 2008];
Questo invece esce il 10 di novembre, ma fare i brillanti a volte ti da una mano. Come è come non è, la Dial esce anche quest’anno con la figata da salotto pettinato, perchè il caro Peter Kersten tira fuori dal cilindro la Saturn Strobe (del fenomenico Pantha Du Prince) del 2008 (o la Lohn & Brot per chi ha amato Efdemin). Insomma, è un viaggio di quelli rari dentro la bruttezza delle città e la bellezza delle persone: Miles (version) fa il verso ai Rhythm and Sound ma non parla della stessa fattanza, è una lingua più occidentale, meno meltinpot, più triste che malinconica anche se, mistero, alla fine del disco sei pacificato col mondo.

Dubfire & Oliver Huntemann – Dios [12″, Ideal Audio, 2008];
Da due così come minimo ti aspetti il bombardamento di Dresda, una sevizia inutile e gratuita da poter sfoderare per i momenti più gioiosi e balearici, di quei numeri acidi e percussivi da buttare sul deck senza neanche misurare inizio o fine o crescendo, lo metti sperando che il look costruito mattoncino su mattoncino degli hipster in sala si polverizzi assieme ai loro occhiali e alle tette a forma di mouse dei primi mac delle loro fidanzate. Da due così ti aspetti dieci minuti di insipienza ritmica e pattern acidi da suonare anche mentre vai al cesso a fare un Marvin Gaye di merda per ingigantire l’esperienza sensoriale.
Invece è una cosa di una noia, ma di una noia che piuttosto uno va a fare il ragioniere a vita.

Deadbeat – Roots and Wire [Wagon Repair, 2008]
E non si venga a dire che non vi avevamo avvertiti, sono anni che qui lo sponsorizziamo, il signor Deadbeat. E facciamo bene, mannaggia a noi.
Roots and Wire ce lo vogliono vendere come dubstep, invece è un disco di roba techno con un’attitudine dub esagerata e un paio di incursioni fighissime dentro al reggae elettronico. Grounation (Berghain Drum Jack) è un arnese da discoteca di quelli difficili da trattenere, gira a 126bpm ma dentro ci sono i konono sotto mdma che pestano come dei dannati un ritmo che sembra fatto da mille isterici con il beat synch in testa. Numeri del genere, ne uscissero uno al mese si suonerebbero sempre e solo dodici dischi l’anno.
Ma è tutto il disco ad avere un’attitudine al tiro afro davvero bella, tutto assemblato a modo da uno che il fatto suo lo ha imparato da tempo e ora sta mettendo a frutto tutto quello che gli altri non sanno fare in questa misura.

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