Archivio | maggio, 2009

So underground it hurts

28 Mag

logo_3_enIl mutek è uno dei festival di musica elettronica più interessanti sulla scena. Meno hyperism del Sònar, meno cerchiobottista di Dissonanze, meno bussone del Movement. Che messa così sembra non abbia nessuna qualità ed invece la sua migliore qualità è proprio la qualità (ma ha il difetto di essere a Montreal, un filino fuori mano). Quest’anno festeggiano i dieci anni di attività con (in ordine casuale):

Pilloski, Jaki Liebzeit + Burnt Friedman, Appleblim, Deadbeat, Moderat, Robert Henke (Monolake) + Christopher Bauder, Fehlmann, Moeller, The Mole, Ikeda, Alva Noto, Atom TM, Beytone, Mathew Jonson, Carl Craig, Villalobos, Akufen.

Distribuiti in quattro giorni, più visioni e incontri sull’era digitale (che fa molto ’99 dire era digitale), tra cui sbavo nel segnalare: incontro sul mastering assieme a Pole, Ableton Live 8 con Deadbeat, nuovi trend nella diffisuone della musica, il workshop Serato su Scratch Live, realtime sampling & looping con due capoccioni della Cakewalk e Roland, ma soprattutto un incontro capitanato da Sherburne (giornalista di The Wire) assieme a Fehlmann (Orbital), Uwe Schmidt (Atom  TM, Senor Coconut) e Tobias Freund (Pink Elln) in cui si parlerà di musica techno, come si è sviluppato il movimento in Europa dalla fine degli anni ’80 e sicuramente qualche aneddoto divertente e un po’ triste.

Siamo intenti a fresare

26 Mag

Chi ha detto che qui si parla sempre di legna e non si supporta mai la scena dei giovani italici con le chitarre alla mano? Tutti eh, brave merde, avete ragione. Perchè i giovani italici con la chitarra in mano molto spesso sono Vasco Brondi, ma a questo giro sono degli sbarbati che rispondono al nome DID, arrivano da casa loro e magari vanno pure in Polonia in panda senza rompere i coglioni a nessuno, ma dal 28 di maggio a questo indirizzo qui potete pupparvi le tracce di Time For Shopping per cimentarvi nella vostra produzione di legna, altrochè le chitarrine gnègnè (vedete, si parla sempre di quello). È chiaro e circolare che parteciperà anche il sottoscritto, dunque potete rimanere al giardino a fumare dei paglioni che tanto non c’è storia.
Diamo una mano ai DID, che la falegnameria sia con voi (e pure con la Foolica Recs, che l’indipendenza in Italia è una brutta bestia)

Diggin’ today

20 Mag

Da STL – Silent State [Smallville Records]. Dopo il bellissimo Nocturnal Mixdown un altro ep di house profonda, granulosa e con l’inquietudine di chi disintegrerà tra poco. Stephan è il mio uomo per il 2009.

Take me deeper

19 Mag

AltonAlton Miller era il classico “best kept secret”, uno che prima di iniziare a pubblicare ha fatto il manovale della musica. Amico stretto di Derrick May incomincia a mettere dischi negli anni ’80 a Detroit, sull’onda dei primi moderni chicagoani. Alton è letteralmente stregato dal suono di Chicago, dalla soulfoul house newyorkese e dal philly-sound, è tutto ciò che Detroit non ha prodotto, è l’anima umana della musica dance a Detroit. Capite bene che, con queste credenziali, parlare di pesce fuor d’acqua è eufemistico, tuttavia è uno con due palle così e dopo aver fondato The Music Institute (il locale dove si esibirà stabilmente, per la breve durata del locale stesso, Derrick May e la cricca UR vedrà luce), si appassiona di percussioni: congas su tutto. African Suite e Fingers Inc hanno svalicato da poco e lui incomincia ad accompagnare il djing degli amici con il suo rullare paradisiaco. Per due anni va in giro a fare questo “giochino” fino a quando May non fonda la Transmat e lo assume nell’etichettacome tuttofare e turnista, il passo verso pubblicare qualcosa di proprio è brevissimo. Alton M è il nome sotto cui pubblica Pleasure Baby, autentico cult deep house, a pochi mesi di distanza il vero numero però è Dusk sotto lo pseudonimo Aphrodisiac (monicker che diventerà rapidamente leggenda per brevità di pubblicazioni) uno di quei dischi dentro cui senti tutto il sudore buttato in anni di farsi-il-culo, esagerato, fuori dagli schemi, drogato tanto quanto uno dei suoi prep party, stupendo.
Miller diventa presto una star dell’underground, lontano per le atmosfere dal poter passare al rango di superstar, si costruisce una reputazione ancora più solida se è possibile. It’s Gonna Be Alright butta giù deepness e garage, Blue Funk non te lo racconto nemmeno, Jazzin’ It Ep a metà anni ’90 smerda tutto quello che sarà firmato da Vikter Duplaix, poi impazzisce e gli viene un trip acido tribale di quelli che una volta nella vita:
Progressions è puro spettacolo soulful agitato, Speedy J che torna nella savana o Moritz Von Oswald che si fa una lampada vedete voi. Pubblica tutto la Guidance, che meriterebbe un’enciclopedia a sé.
A ruota esce Song Of The Drum, terna plastica in chiaro stile deep house pre-millennio con Africa ’99 a guidare la cavalleria (zona ultimi MAW, diciamo). D’ora in poi è tutta una goduria, nell’ordine: Sweet In The Morning, Deep Experience, Glory e finalmente dopo 15 anni di lavoro il primo LP, e non poteva essere che incredibile. Rhythm Exposed unisce qualcosa di uscito precedentemente a qualche inedito, il risultato è un’avventura nella profondità house, la bibbia di uno che ha dato tutto sé stesso in quello in cui crede.
L’uomo poi cambia, si concede pause rispetto ai suoi standard per poi tornare due anni dopo con un altro gran disco due anni dopo: Stories From Bohemia e da lì in poi il groove diventa sempre più dilatato, un misticismo sempre più smaccato il cui culmine è una pubblicazione (2005) nient’affatto strana per la house ma indicativa per uno che, da sempre, ha concesso nulla in fatto di dj tool: il vocal di Choose To Believe (registrato per Moodymann), in cui il nome della traccia lascia già trasparire la via presa da Miller. Prima traccia solo vocale, un take poco rappresentativo, e una b-side “my life” commovente.
Qualche uscita minore prelude ad un grande ritorno nel 2007 con Souls Like Mine, album di mestiere in senso nobile, appassionato e curato, non più figlio di quella irrefrenabile voglia di mostrare cosa potesse produrre Alton Miller, ma un disco in fin dei conti leggero, in pace con il mondo. Lo scorso anno pubblica Full Circle e In Flight, un mood sempre più vicino all’estasi e lontano dalle strobo ma che rimane house nella sua essenza più nobile.

Ah hum?!

19 Mag

Quanta gioia può esserci nella rabbia? Nasci incazzato, non troppo bianco per fare il bianco e non troppo nero per essere un fratello, si dice sfiga. Però non è ovvio che si debba soccombere alla sfiga, per esempio si può decidere di diventare il migliore di tutti a far qualcosa, prima iniziando al trombone per poi passare al contrabbasso -strumento canonicamente poco protagonista- mantenendo la passione per la classica. Insomma, ti prende sta cosa del contrabbasso, attorno hai il jazz che sta crescendo a livelli che spostati, Duke Ellington è una star e tu non ne hai sinceramente più voglia di stare nelle retrovie, perciò alzi i gomiti, la voce e tiri fuori quel caratteraccio di merda che ti ritrovi e finisci per suonarci, con Duke. mingusEntri nell’ambiente di quelli importanti, nel giro giusto, e cazzo finalmente puoi incominciare a far qualcosa di tuo con gli altri che ti ascoltano. Dell’eroina poi non parliamo, sei un grande anche tu ormai e come i grandi ti fai quel tanto che basta. Con un disco hai fatto vedere che le regole poi rivoltarle, era il ’56 e gli altri stavano a ruota, ma passano 3 anni e altri 3 dischi fino a che le regole non decidi di rispettarle, ma non solo rispettarle, provi di migliorarle, vuoi fare una roba fuori di testa che ti sorprende da solo e ironicamente, facendo vedere quanto è grosso il tuo ego, lo intitoli Mingus Ah Hum. Un titolo interdetto, che non sapevi bene come chiamare la roba che c’è dentro. Ma dentro c’è bebop lanciato su nello spazio, in culo all’eroina e alla morte che tanto ti porta via prima del tempo, tu pedali e fai pedalare i 6 in studio con te, ne hai di strada da fare prima che ti passi l’incazzatura ma sentiti qui quanto sei felice.

Call it classic, not bestseller

15 Mag

Close the doors to temptation, open wide the gate of love, don’t let them tell you, war is the answer, search deep inside for peace of mind, they only want you to see what they want you to, but you’ll be sad & blue, so chase those blues away.
Just open your heart, just open your mind, and let your love flow like the sunshine; but rivers run deep, and valleys go dry, like blackwater.

Il trucchetto

14 Mag

CBI Cobblestone Jazz mi piacciono parecchio per due motivi: a)  Mathew Jonson e b) quel suono lì delicatino, pulito, con i giri di synth fatti da un pianista alle prese con la legna. E cazzo sono davvero delle figate, inutile che ci giro attorno.
Traffic Jam è l’ep che li ripresenta dopo qualche annetto di silenzio silenzioso, a parte il già citato Jonson che ha fatto figate qua e la. Il trucchetto è sempre quello, all’improvviso questa volta, il giro di piano, filtri passabanda in potenza, eq esplosivo sui bassi e però del gran pedalare. Dove prima erano asciutti adesso hanno un beat grasso e grosso. Se prima si poteva tacciarli di fighetteria (cfr. il live allegato a 23 seconds) adesso i tre ci danno finalmente dentro ammodino.

Cobblestone Jazz – Traffic Jam