Archivio | novembre, 2009

Make frico not war

30 Nov

Bologna-Udine-Cividale-Udine-Bologna aka come sei (più uno) bolognesi vanno in gita in friuli.

“Udine è una bella città ma non so se ci vivrei”: tra i molti pregi incontrati -oltre a non dover vivere nel traffico, secondo metro di giudizio della civiltà- si staglia quello di percepire costantemente l’ubriachezza della popolazione più o meno autoctona il cui tasso alcolemico viene mantenuto in quota da una scellerata politica enologica e da un virtuosismo che permette di ignorare la progressione dei prezzi dell’economia di scala. Aggiungiamo anche altri due elementi come il Frico e la gubana allo slibowitz e il quadro clinico si può chiudere. Potrei fare una dettagliata descrizione delle bontà mangiate tra jota, pasta e fagioli e nervetti alla cipolla se solo non avessi vaghi ricordi offuscati dalle lentissime digestioni.
Il Friuli tuttavia si conferma non così distante da ciò che si può vivere in una città come Bologna per quanto riguarda l’organizzazione di serate, anche se con maggiore inesperienza la casistica di imbecillità, casi umani e genuina bellezza dei proprietari\organizzatori non è tanto differente da ciò che si percepisce e vive da questa parte del Po.

Il terrorismo del decibel  è la malattia più grande di ogni città, è il virus che spegne casse, amplificatori e voci ad orari più che discutibili -anzi quasi indiscutibili per manifesta stupidità- impedendo a chi under 40 (under 30?) vorrebbe poter trovare una degna controparte al divertimento alcolico. Organizzare serate significa anticipare orari, incastrare concerti con proiezioni di film a qualche muro di distanza piuttosto che sentire un “tanti auguri a te” che parte tra una canzone e l’altra del gruppo a cui si è fatto da spalla, oppure creare qualcosa di selvaggiamente bello incastonato in un paesino tutelato dall’Unesco e lasciato morire appena dopo le sette di sera perchè mancano collegamenti degni della sponsorizzata qualità di vita, perchè c’è il vicinato e una popolazione reazionaria a cui i giovani, molto banalmente, gli stanno in culo.

A Bologna ci lamentiamo di come le cose subiscano sempre più spesso limitazioni, ma a volte non ci si rende conto di quanta libertà possiamo ancora vantare se relazionata a chi la libertà di divertirsi può viverla solo con il boccaglio o muovendosi verso altri lidi (cfr. il traffico di auto tappate di giovani verso Jesolo).
Suonare fuori dalla propria città offre visuali inimmaginabili su come si muove il paese, anche laddove viene decantata l’enorme civiltà e l’alta vivibilità. Non si può che essere solidali con Alessandra del Navel di Cividale e Andrea del Venti3 di Udine, piccole isole distanti tra loro in cui ancora governa l’umanità.

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Tutto in famiglia

19 Nov

Magda. Magda. Magda. Magda, Magda, Magda, Magda, MagdaMagdaMagda… Questa è la cifra stilistica di Magda. La gioviale signorina di casa M_nus ha sicuramente un bel po’ di tempo occupato a far faccende per l’etichetta di Richie e per tenere a bada tutto quel pòpò di ometto. Ogni tanto poi si ricorda di avere un passato da musicista elettronico e dj e viene interpellata dai ragazzi del Fabric per compilare il numero 49 della serie. Bella storia, vediamo un po’ dove è stata condotta la signorina in questi anni nel suo percorso musicale. Da nessuna parte, ecco dove. Rimangono i suoni mnml che osannavamo 4 anni fa e che a me piacciono ancora molto, ci mancherebbe, perchè il bello va oltre la caducità delle foglie sugli alberi, ma un mixato di questa robetta qui nel 2009 è anacronistico. Anche se Hearthhrob è ancora un figo.
Il 50 però ce lo smazza Martyn, allerta.

A Detroit succede un patatrac in casa FXHE. Leggi FXHE e ti si drizzano le orecchie, fai partire il collegamento e arrivi dentro la testa ripiena di polenta taragna di Omar-S e già prevedi esplosioni. Esce 7 Days a nome Big Strick, al banco del mixer a fare tutte le mossette di EQ, compressione, apri tutto e chiudi tutti c’è l’uomo già nominato, all’inventiva c’è il cuginetto Big Strick che ci dona un 5 pezzi di materia house profonda e con l’afrore della maglietta sudata e di un cocktail fatto a modo. Si parlava più in basso di ritorno all’emozione, i due cugini di sicuro ci mettono il loro contributo.
Si dice che la cosa puzzi un po’ come Osunlade – Afefe Iku, che magari è sempre lui, che forse non si sa bene e blabla. Ma chissenefrega eh.

L’uomo che sussurrava ai tamarri

13 Nov

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -“piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.

Swagga

5 Nov

Dopo il disco di Shack e un po’ di cose lette da max sono ancora più convinto che “dubstep” indichi ormai ben poco sul piano delle caratteristiche sonore. Rimane un’attitudine di massima a livello di costruzione ritmica (non mi riferisco ovviamente a Three EPs, che fa storia a sé) come ha indicato Sgrignoli in appendice alla rece di 5 Years Of Hyperdub, ma il genere in sé ormai va per una strada che è tutt’altro che univoca. 5 Years è un disco estremamente interessante aldilà della bellezza delle canzoni proprio perchè sintetizza bene cosa è stato il dubstep nelle sue fasi primitive (ma non così primitive come nelle produzioni di El-B/Ghost), da dove viene e cosa aggiunge o sottrae a seconda di chi lo interpreta. È il dubstep della Hyperdub, ci fosse stata una 5 Years Of Tempa sarebbe stata un’altra faccenda.
È un genere fortemente figlio del periodo storico in cui si è sviluppato, di una rinata voglia di lavorare uno con l’altro rubando uno all’altro senza seguire dettami particolari se non una passione spiccata per le sovrapposizioni ritmiche, la creazione più o meno spontanea di serate dedicate, Rinse.fm, i dubstep allstars, un modo di fare sano e operoso. Ma è impensabile che un produttore con il suono di Burial possa essere anche solo accostato ad un altro gigante come Kode9, sono due campi di gioco diversi e basta avere le orecchie, ma mica solo questi due, ce ne sono decine di produttori che diciamo dubstep ma suonano anni luce uno dall’altro. Potrebbe sembrare una scontatezza ma nel mondo techno, sia esso minimal, deep oppure dub c’è una maggiore comunanza nella costruzione e nelle suggestioni trasmesse, vuoi perchè più storicizzato (dio!), vuoi perchè è una musica che ancora oggi mantiene al suo interno un certo bisogno di funzionalità legata a certi scopi. Il dubstep ha incominciato a vivere la stagione dei dj tool solo da poco tempo.. Ma dubstep è stato anche quel suono che ci suggerisce 5 Years, ed è un raggrupamento forzato sempre più ogni giorno che passa, ogni uscita che pubblicano. L’esperienza Skull Disco, Skream+Benga, Vex’d o Boxcutter, li mettiamo insieme ma non ci azzeccano quasi più nulla uno con l’altro. Ed è fighissimo!

A Berlino in pulmino

2 Nov

Ci piace un casino: Mark Ernestus, Tikiman, Modeselektor, Substance (live con le sue produzioni su Chain Reaction!), Sleeparchive (live), Deuce (live + dj set), Shed (djset dal UK Hardcore alla Gabba, niente al di sotto di 140 bpm). HUGE.
Per un valido motivo: 20 anni di Hardwax. Si entra con 15€.