Archivio | febbraio, 2010

l’orecchio di chi suona ingastrito dagli alibi di chi fuma

24 Feb

Registrare un ep, produrre un ep, editare un ep, fare i volumi ad un ep sono attività che amo particolarmente, pensavo di amarle prima ancora di viverle e ora che le sto vivendo non posso che felicitarmi per essermi confermato l’idea. La parte più avvincente per un burocrate del suono come chi scrive è indubbiamente quella del “dare un suono” alle canzoni, l’idea di poter colorare gli arrangiamenti sottolineando, aiutando, facendo esplodere o smussando le onde che formano tutto quanto mi esalta. Perdo minuti a riascoltare frammenti o passaggi che non mi convincono o che mi convincono così tanto che devo prenderli da modello e clonarne il feeling, non avrei mai immaginato che potessi caderci dentro così tanto.
Come ogni cosa che si fa però deve essere sempre chiaro il percorso, è impensabile che ci si concentri solo sulla meta senza analizzare attimo per attimo la strada che sta portando -o forse no- verso l’obiettivo che ci si è dati. E questo per me è davvero fondamentale, forse troppo magari perchè c’è il pericolo della pippa mentale ad ogni angolo, ma non ho mai visto nessuno fare le cose senza porre l’attenzione sull’esatto istante in cui la cosa è in costruzione, chi non lo fa e riesce in qualcosa ha ricevuto in dote una bella dote: culo. Quello che c’è in mezzo è fattanza, distrazione, pigrizia, una generalizzata e fin troppo percepibile mancanza di focus accompagnata da una costruzione lineare ma serrata di alibi che alleggeriscono la posizione, che la rendono meno scomoda agli occhi di sé stessi.
L’indipendente italico inizia a marcire già dalle realtà inesistenti come quella in cui ci siamo inseriti, nel momento in cui ce la si racconta, ci si vende la figata uno con l’altro senza poi fare quasi un cazzo per portarla ed essere una sincera e potente figata, nel momento in cui la chiacchera e l’idea superano la realtà ci si trasforma in cliché, ci si accontenta del massì tanto spacca senza prestare veramente attenzione, senza domandarsi verso chi misurare la propria portata o le proprie capacità, che nessuno dei presenti sembra essere John Coltrone piuttosto che Paolo Conte o la sublimazione di tutti i primi 3 + movements dei New Order e pare anche appropriato trovare una pietra di paragone difficile ma possibile da superare. Invece è meglio dirsi che “ok ce la faremo comunque perchè questa è roba che scotta”. E a forza di scottare si brucia.

Il giovane

17 Feb

L’uomo del giorno:

E di quella volta che sognai l’estate ad agosto

12 Feb

2008, estate, bologna, solitario tra fidanzata al mare e genitori impegnati con i nipoti ho passato tre notti a fare canzoni. All’epoca andavo più forte per molti versi su certe cose, suonano lo-fi comunque, manca una normalizzazione degna e magari un eq fatto con un impianto professionale. Posso scusarmi finchè mi pare, tanto ho perso i progetti e rimarrano per sempre così, nel loro mp3 a media qualità, con pochi bassi di presenza e la poca voglia di arrangiare un minimo quel che era possibile arrangiare.
Static Summer EP era il titolo, per un paio d’anni ha preso muffa digitale dentro il mio archivio, l’ho riascoltato ieri per altre coincidenze e magari i tempi sono maturi perchè chiunque possa autoinfliggersi il canto del cigno del materiale targato SushiNoGoten. E’ elettronica a caso, tra drill’n’bass, house-pop e giochini. Ai pochi che l’ascoltarono è piaciuto, magari invecchiando è migliorato (speriamo).

SushiNoGoten – Static Summer EP [2008, Teppa Rec]

4 years without donuts

10 Feb

Still workin on it.

Zero assoluto, moccia, eros ramazzotti e l’amore come una faccenda assolutamente non triste

8 Feb

aka una tirata assolutamente gratuita per giustificare un video in fondo al post.

L’italica passione per Il Dramma è affare noto e ben conosciuto, il vittismo misto al romanticismo e alla nostalgia di un piatto di spaghetti segnano un triangolo della bermuda del sentimento da cui è difficile, non dico scappare, ma anche solo non farsi influenzare. Il bombardamento emozionale a cui veniamo sottoposti sin da piccoli diventa un retaggio con cui guardiamo alla Canzone d’Amore, un carico da novanta che appoggiamo sul groppone dell’armonia maggiore, del tempo in quattro e dello sguardo contrito che segna il triangolo della bermuda del compositore da classifica. Ecco all’orizzonte un catalogo di storie d’amore magari a lieto fine, magari non così tormentate, magari normali, magari jovanotti, ma che suonano tutte almeno ad un piccolo passettino dal lasciarsi cadere nel burrone della Disperazione Amorosa (senza contare la quantità folle di quelle che, dentro al burrone, gravitano pasciute).
In mezzo a questo rumore semantico di sottofondo riassumibile in poche parole: Giulio Rapetti Mogol, fuggo a gambe levate verso l’altro lato dell’Atlantico in cerca di qualcosa che faccia bene, un’iniezione di sole endovenosa che tratti la materia Canzone d’Amore come una cosa leggera, che scarti lo stereotipo e affondi direttamente dentro una ciotola di sabbia e calore, roba che si senta che ti fa muovere qualcosa in più che un sopracciglio e che vada diretto al punto della situazione: che le cose andranno anche di merda, ma possono sempre diventare meravigliose. Bill Withers è il mio uomo.