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abbiamo trovato un accordo

13 Dic

Non riuscendo più a concepire la critica come “parlare di musica con nozione di causa” ho deciso che forse era meglio parlare di musica e di quello che ci sta attorno. Così.

Un ballo a tre

22 Set

Mi domando quanti viaggi in auto con il finestrino abbassato abbia affrontato ascoltandoti, quanti chilometri verso feste, appuntamenti, lezioni all’università o alle superiori o solo vuoti cosmici in cui nulla c’era se non la compagnia fidata di chi ha parlato da sempre la mia lingua e ora che la stanchezza di inseguire Ep reali o digitali, remix ufficiali o non richiesti, hype machine e beatport mi ha fatto mettere da parte le cuffie, ritorni raccontandomi che anche tu non hai più l’esigenza di stupire ma di affrontare le cose con semplicità e quella schiettezza che da sempre ti caratterizzava anche quando l’affare si faceva più sottilmente intellettuale.

Toccherei il cielo con le dita se ritornassimo indietro a fare le cose che abbiamo fatto ma la vita è ora, non si può fare altro che prendere quello che c’è e finalmente dopo tanto sperare c’è qualcosa di solido nuovamente, che mi riempie ma che non mi satura. E allora rimango felice con il dubbio:
“and I don’t know if I love you more
than the way you used to love me
and I don’t know if i need you more
than the way you used to need me but it’s
heaven heaven heaven heaven”

Oppure.

Let’s go to war

21 Giu


Electronic Battle Weapon, imparato l’inglese sciolto il mistero: armi per la battaglia elettronica. Parallelamente ai singoli e agli album, i due alfieri mondiali del suono rave rilasciano dj tools devastanti pubblicati esclusivamente su gomma.
Dalla prima sciabolata con “It Doesn’t Matter” sul lato A e “Don’t Stop The Rock” come b-side, le Electronic Battle Weapon sono diventate un culto per chiunque volesse suonare la merce più aggressiva dei Chemical Brothers. Si tratta infatti di versioni estese o semplicemente più rudi di ciò che spesso finirà nel disco a seguire.
Prendete la numero tre: “Under The Influence”, su Surrender la conosciamo in una forma arrangiata e pettinata ma provate il calcio nei denti pubblicato nel 1998 per la Freetyle Dust o se preferite suonate ai vostri amici mi-piacciono-i-chemicals-ma-conosco-solo-HeyBoyHeyBirl la EBW numero sei: lasciate che “Hoops” diventi un take acido supersonico e faccia diventare biondi i mori e glabri i baffuti.

Ma Simons e Rowlands raggiungono nel 2004 l’estasi suprema pubblicando il numero sette della collezione: Chemical Brothers call ravers. Stomp in quattro schiacciato al suolo, arpeggio rapido e secco, analogicità sparsa e sample vocale che recita “where are all my children now?”, se prima ogni arma veniva pubblicata e conseguentemente rinominata per apparire su disco questa volta la catena si spezza, “Electronic Battle Weapon 7” era e così rimane, per gli amici sarà conosciuta come “Acid Children” e mai nome potrebbe essere più adeguato.
Otto, nove e dieci: “Saturate” su We Are The Night, b-side del singolo “The Salmon Dance”, e per completare la decina, l’ultima in ordine cronologico che chiude un ciclo di armi non solo per la battaglia ma per la distruzione elettronica regalando, anche a chi nel 2010 conosce solo mp3 e file sharing, il catalogo completo delle Ebw su cd a completamento dell’antologia Brotherhood.

Quindi ora arrivate in fondo alla lettura, alzate il culo dalla sedia e impegnatevi nel gesto antico di raggiungere un negozio di dischi, chiedete al commesso antipatico una qualsiasi di queste pubblicazioni pirata. E poi pentitevi.
(altro)

Under sea disturbances

19 Mag

Nel 2010 succedono cose incredibili. Il futuro è ora. P.K. Dick e gli androidi? Tute camaleontiche? I nazisti se avessero vinto? Quasi.
Bleep, il portale mp3 di casa Warp rende disponibile il back-catalogue della Tresor in un gancio passato vs futuro che neanche Michael J. Fox. E sapete cosa significa? Tante cose meravigliose nuovamente disponibili, certo, ma per la prima volta esistono download legali e in alta qualità del materiale firmato Drexciya (e il vinilazzo di Neptune’s Liar!).
Don’t be afraid of evolution.

E di quella volta che sognai l’estate ad agosto

12 Feb

2008, estate, bologna, solitario tra fidanzata al mare e genitori impegnati con i nipoti ho passato tre notti a fare canzoni. All’epoca andavo più forte per molti versi su certe cose, suonano lo-fi comunque, manca una normalizzazione degna e magari un eq fatto con un impianto professionale. Posso scusarmi finchè mi pare, tanto ho perso i progetti e rimarrano per sempre così, nel loro mp3 a media qualità, con pochi bassi di presenza e la poca voglia di arrangiare un minimo quel che era possibile arrangiare.
Static Summer EP era il titolo, per un paio d’anni ha preso muffa digitale dentro il mio archivio, l’ho riascoltato ieri per altre coincidenze e magari i tempi sono maturi perchè chiunque possa autoinfliggersi il canto del cigno del materiale targato SushiNoGoten. E’ elettronica a caso, tra drill’n’bass, house-pop e giochini. Ai pochi che l’ascoltarono è piaciuto, magari invecchiando è migliorato (speriamo).

SushiNoGoten – Static Summer EP [2008, Teppa Rec]

Zero assoluto, moccia, eros ramazzotti e l’amore come una faccenda assolutamente non triste

8 Feb

aka una tirata assolutamente gratuita per giustificare un video in fondo al post.

L’italica passione per Il Dramma è affare noto e ben conosciuto, il vittismo misto al romanticismo e alla nostalgia di un piatto di spaghetti segnano un triangolo della bermuda del sentimento da cui è difficile, non dico scappare, ma anche solo non farsi influenzare. Il bombardamento emozionale a cui veniamo sottoposti sin da piccoli diventa un retaggio con cui guardiamo alla Canzone d’Amore, un carico da novanta che appoggiamo sul groppone dell’armonia maggiore, del tempo in quattro e dello sguardo contrito che segna il triangolo della bermuda del compositore da classifica. Ecco all’orizzonte un catalogo di storie d’amore magari a lieto fine, magari non così tormentate, magari normali, magari jovanotti, ma che suonano tutte almeno ad un piccolo passettino dal lasciarsi cadere nel burrone della Disperazione Amorosa (senza contare la quantità folle di quelle che, dentro al burrone, gravitano pasciute).
In mezzo a questo rumore semantico di sottofondo riassumibile in poche parole: Giulio Rapetti Mogol, fuggo a gambe levate verso l’altro lato dell’Atlantico in cerca di qualcosa che faccia bene, un’iniezione di sole endovenosa che tratti la materia Canzone d’Amore come una cosa leggera, che scarti lo stereotipo e affondi direttamente dentro una ciotola di sabbia e calore, roba che si senta che ti fa muovere qualcosa in più che un sopracciglio e che vada diretto al punto della situazione: che le cose andranno anche di merda, ma possono sempre diventare meravigliose. Bill Withers è il mio uomo.

L’uomo che sussurrava ai tamarri

13 Nov

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -“piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.