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abbiamo trovato un accordo

13 Dic

Non riuscendo più a concepire la critica come “parlare di musica con nozione di causa” ho deciso che forse era meglio parlare di musica e di quello che ci sta attorno. Così.

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Let’s go to war

21 Giu


Electronic Battle Weapon, imparato l’inglese sciolto il mistero: armi per la battaglia elettronica. Parallelamente ai singoli e agli album, i due alfieri mondiali del suono rave rilasciano dj tools devastanti pubblicati esclusivamente su gomma.
Dalla prima sciabolata con “It Doesn’t Matter” sul lato A e “Don’t Stop The Rock” come b-side, le Electronic Battle Weapon sono diventate un culto per chiunque volesse suonare la merce più aggressiva dei Chemical Brothers. Si tratta infatti di versioni estese o semplicemente più rudi di ciò che spesso finirà nel disco a seguire.
Prendete la numero tre: “Under The Influence”, su Surrender la conosciamo in una forma arrangiata e pettinata ma provate il calcio nei denti pubblicato nel 1998 per la Freetyle Dust o se preferite suonate ai vostri amici mi-piacciono-i-chemicals-ma-conosco-solo-HeyBoyHeyBirl la EBW numero sei: lasciate che “Hoops” diventi un take acido supersonico e faccia diventare biondi i mori e glabri i baffuti.

Ma Simons e Rowlands raggiungono nel 2004 l’estasi suprema pubblicando il numero sette della collezione: Chemical Brothers call ravers. Stomp in quattro schiacciato al suolo, arpeggio rapido e secco, analogicità sparsa e sample vocale che recita “where are all my children now?”, se prima ogni arma veniva pubblicata e conseguentemente rinominata per apparire su disco questa volta la catena si spezza, “Electronic Battle Weapon 7” era e così rimane, per gli amici sarà conosciuta come “Acid Children” e mai nome potrebbe essere più adeguato.
Otto, nove e dieci: “Saturate” su We Are The Night, b-side del singolo “The Salmon Dance”, e per completare la decina, l’ultima in ordine cronologico che chiude un ciclo di armi non solo per la battaglia ma per la distruzione elettronica regalando, anche a chi nel 2010 conosce solo mp3 e file sharing, il catalogo completo delle Ebw su cd a completamento dell’antologia Brotherhood.

Quindi ora arrivate in fondo alla lettura, alzate il culo dalla sedia e impegnatevi nel gesto antico di raggiungere un negozio di dischi, chiedete al commesso antipatico una qualsiasi di queste pubblicazioni pirata. E poi pentitevi.
(altro)

Ho scritto LEGNA sulla sabbia della tigre

20 Mag

Da qualche giorno c’è un video che gli appassionati di elettronica stanno consumando, si tratta di una ripresa live di Aphex Twin che suona roba nuova. Niente di nuovo nel 2010 un bootleg video di inediti? Beh AFX sono tipo 10 anni che non pubblica un album…

Con il giusto ritardo di un mesetto mi sono ascoltato il podcast per Resident Advisor dell’uomo che da del tu al mio subwoofer aka Starkey. È in fiamme.

FlyLo è il nome più chiaccherato del 2010, da producer di hiphop in acido passando per il nusoul-dub-pop dell’enorme Tea Leaf Dancer è arrivato a sondare territori a metà strada tra Autechre, Aphex, Squarepusher e JDilla. Se pensiamo che è pure nero con tutto ciò che è significato per la sua crescita musicale siamo a posto. Infatti sono a posto. Per chi volesse più di quello che c’è dentro l’ultimo stupendo Cosmogramma su Fact il nostro fa due chiacchere about everything & more (& drugs).

Nel nuovo singolo di Uffie c’è Pharrell.
Il nuovo disco di Uffie si intitolerà: Sex Dreams and Denim Jeans. Perchè è una spessa.
Pharrell invece, da quel che si vede nel teaser del video, ha i baffi. Perchè è uno scemo.

P.S. Per anni e anni e anni ho schifato i Tre Allegri Ragazzi Morti, molto da adolescente e parecchio da quando sono un post-teen, ma il nuovo singolo me lo canto da settimane. E si, potete dirlo a tutti che sono stato io a farvi un occhio nero con la matita blu.

L’uomo che sussurrava ai tamarri

13 Nov

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -“piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.

Swagga

5 Nov

Dopo il disco di Shack e un po’ di cose lette da max sono ancora più convinto che “dubstep” indichi ormai ben poco sul piano delle caratteristiche sonore. Rimane un’attitudine di massima a livello di costruzione ritmica (non mi riferisco ovviamente a Three EPs, che fa storia a sé) come ha indicato Sgrignoli in appendice alla rece di 5 Years Of Hyperdub, ma il genere in sé ormai va per una strada che è tutt’altro che univoca. 5 Years è un disco estremamente interessante aldilà della bellezza delle canzoni proprio perchè sintetizza bene cosa è stato il dubstep nelle sue fasi primitive (ma non così primitive come nelle produzioni di El-B/Ghost), da dove viene e cosa aggiunge o sottrae a seconda di chi lo interpreta. È il dubstep della Hyperdub, ci fosse stata una 5 Years Of Tempa sarebbe stata un’altra faccenda.
È un genere fortemente figlio del periodo storico in cui si è sviluppato, di una rinata voglia di lavorare uno con l’altro rubando uno all’altro senza seguire dettami particolari se non una passione spiccata per le sovrapposizioni ritmiche, la creazione più o meno spontanea di serate dedicate, Rinse.fm, i dubstep allstars, un modo di fare sano e operoso. Ma è impensabile che un produttore con il suono di Burial possa essere anche solo accostato ad un altro gigante come Kode9, sono due campi di gioco diversi e basta avere le orecchie, ma mica solo questi due, ce ne sono decine di produttori che diciamo dubstep ma suonano anni luce uno dall’altro. Potrebbe sembrare una scontatezza ma nel mondo techno, sia esso minimal, deep oppure dub c’è una maggiore comunanza nella costruzione e nelle suggestioni trasmesse, vuoi perchè più storicizzato (dio!), vuoi perchè è una musica che ancora oggi mantiene al suo interno un certo bisogno di funzionalità legata a certi scopi. Il dubstep ha incominciato a vivere la stagione dei dj tool solo da poco tempo.. Ma dubstep è stato anche quel suono che ci suggerisce 5 Years, ed è un raggrupamento forzato sempre più ogni giorno che passa, ogni uscita che pubblicano. L’esperienza Skull Disco, Skream+Benga, Vex’d o Boxcutter, li mettiamo insieme ma non ci azzeccano quasi più nulla uno con l’altro. Ed è fighissimo!

Prima di andare via

3 Ago

Domani ultima mattina di lavoro. Mercoledì valigia. Giovedì meritato riposo al mare.
Ma prima, tiriamo le somme di questo agosto.

Aspettando Inglorious Basterds:

Fish Go Deep ft. Tracey K – Final Tide ep non meraviglioso, ma con un take di Charles Webster da fare un bel respiro e buttarsi in acque serene.

Lyrical tempo

24 Lug

XLR8R tv si conferma come una della risorse più importanti per vedere, ascoltare e capire cosa succede nella testa degli artisti. Un paio di ascolti per entrare nel mondo della pronuncia masticata di Kode9 valgono l’impegno.