Tag Archives: scritti da bagno

Check da patch. Chchcheck da patch!

7 Apr

Questa settimana va così.

Nel 2008, no… Molto più banalmente dall’introduzione massiva del mezzo televisivo all’interno della vita dell’uomo l’informazione ha subito un sempre più vasto frammentamento. Dalla Radio Rai ai network privati, dalla tv nazionale con un solo canale all’offerta di Sky, da internet pro-based al contenuto user-based. Nel 2008 la disponibilità sovrabondante di informazioni è uno dei fenomeni più interessanti per chi si occupa di comunicazione, anche io nel mio piccolo ne rimango affascinato. Mi trovo però a considerare l’idea per cui, se la musica ballo è il personaggio in cerca d’autore del presente, tutto ciò che è sampling è la naturale risposta al collage informativo che ognuno di noi assembla quotidianamente.
La citazione, l’utilizzo di un frammento d’altri, la rielaborazione per i propri fini di questa frammento o la scomposizione di uno in molti pezzi ricombinati è la colonna portante di ciò che al mondo è arrivato col nome di hiphop, a cui si è allargata l’arte dei remix moderni e la creazione di canzoni completamente nuove partendo dal lavoro di altri.

L’arte del patchwork nasce dal bisogno mutuale di pubblico e produttori, per cui il primo ha bisogno di rimandi per facilitarsi l’acquisizione cognitiva di nuovo materiale (“quel pezzo con il campionamento di…”) e quello per effetto diretto nei confronti di chi la musica la produce di soddisfare l’esigenza di qualcosa di orecchiabile (nel senso di familiare). Questo ora, come futuro inevitabile di ciò che è stato.

La creazione di musica con l’utilizzo del lavoro di qualcun altro è stato il primo passo per creare problemi sul concetto di diritto d’autore. Quanto può valere la fonte nel risultato finale? Quanto viene lavorata, sminuzzata e tritata? Quanto si riconosce alla fine? Le note sono sette ma non è deto che tutto sia stato già determinato, specie se alle note aggiungi le combinazioni che ognuno può creare unendo le proprie idee a quelle di un terzo, troppo distante per poter tirare su il telefono e dirgli “Fratello, ho una montagna di idee che ti faranno impazzire, troviamoci”. Quanto è sottile la soglia del furto?

The Adventures of Grandmaster Flash on the Wheels of Steel, oltre ad essere un titolo paurosamente sopra le righe, è il primo esempio di turntabilism messo su acetato e poi su vinile. Granmaster Flash fa uso per sette minuti di tutto ciò di cui dispone e che ritiene possa essere sovrapposto, tagliato e ricucito dando una forma non necessariamente esatta al contenuto. Spoonie Gee, Chic, Queen, Sugarhill Gang, sé stesso, Blondi e la Michael Viner’s Incredible Bongo Band, tutto assieme e mescolato con ghiaccio, perchè quando uscì questa cosa fu la catastrofe del ghetto. Il cut-up divenne una pratica obbligatoria per chiunque volesse mettere due beat in fila e fu la naturale evoluzione dei mix a tempo sincronizzato, non si trattava più di prendere una cosa, poi un’altra e infine un’altra ancora, Grandmaster aveva fotografato l’inizio della deriva, c’era bisogno di accatastare ciò che si conosceva, un pezzo preso da lì e uno da giù in fondo, far girare le cose assieme nel momento giusto in modo che avessero un senso e sperare che qualcuno ti ascoltasse.

Apro un blog, o un tumblr o un twitter, leggo molte cose, le scaldo, prendo lo strato di panna, me la gioco tra le mani e lo propongo come mi piace. Qualcuno nella miriadi di combinazioni tra me, te, quello della casa di fronte e così via arriverà a leggerlo e da prodotto diventerò a mia volta fonte.

Quanto le nuove tecnologie ci propongono è una sterminata possibilità di soluzioni, non tutte giuste, molte semplicemente sbagliate, altre dannose, qualcuna positiva. L’evidenza più impellente è il saper usare tutto questo, avere gli strumenti per maneggiare questo volume di cose. Nel 1996, a distanza di 15 anni da Flash un altro dj mette la pietra d’angolo, non sono bastati artigiani del giradischi come Eric B., Rob Swift o Afrika Bambaataa, ci vuole qualcuno che sia arrivato dopo, che abbia raccolto quanto fatto prima già nell’educazione e non gli sia capitato tra le mani. Endtroducing è quello che accadrà tra qualche anno, quando le generazioni più giovani di noi, nate dentro internet e a questo volume di informazioni, vivranno tutto come un dato di fatto senza stupirsi o domandandosi cose, utilizzando ciò che è presente per ottenere ciò che vogliono, con lucidità. Shadow ha operato così, ha preso i dischi, ha messo le proprie idee e ha fatto girare tutto allo stesso tempo, ha tagliato e cucito nei punti giusti, ma non sarebbe stato sufficiente. Quello che viene fuori non è la summa di ciò che da tre lustri già si era studiato, ma è la lettura del presente sia come memoria storica (per l’uso di campioni funk, old school hiphop, etc) sia per la metologia che nel decennio principe per numero di remix e sperimentazioni elettroniche ancora non era stato capace di dare una forma condensata, esauriente e ben fatta, a tutto quello che si cercava di esprimere.

Adesso c’è Muxtape.

Annunci

Carta da parati per il ballo

3 Apr

È qualche settimana che ragiono sulla musica da ballo, ci costruisco sopra castelli che poi disfo in continuazione finendo poi con mettere assieme pezzi qua e la, cercando una via che mi possa permettere di leggere con soddisfazione ciò che questa musica porta con sé. Credo che la musica da ballo, espressione diretta di un certo tipo di sottocultura nata durante il ‘900 -accresciuta sempre di più dagli anni ’50 ad oggi-, quando raggiunge l’obiettivo di divertire e fare appunto ballare abbia già soddisfatto i criteri base per cui è nata. Il percorso forse è troppo meccanicistico, troppo lineare, facile, ma non penso sia per questo un punto a sfavore.
Il di più, quello che il benpensare apostrofa con “trasfigurazioni per l’anima”, è un’aggiunta che la critica musicale ha voluto affibbiare alla Detroit techno per poter giustificare una musica divertente creata da macchine, il cui spessore accademico maggiore era quello di Derrick May che sapeva imbracciare qualche strumento, gli altri erano delle capre che facevano cose praticamente a caso (tutti, dai primi esperimenti di Levan, passando per Knuckles, Hardy e Dj PIerre). Prima dell’avvento delle macchine i musicisti di swing, disco, northern soul o che altro si sono sempre occupati di costruire un’estetica piuttosto patinata attorno ai loro prodotti danzerecci, il cui contenuto era pressochè limitato all’efficacia della canzone stessa.

Il messaggio dietro a certe produzioni moderne è solo un contorno che l’autore aggiunge, raramente, e non è comunque autoevidente dal prodotto stesso. Per ogni canzone uscita da Detroit c’erano 10 manifesti e, all’infuori del nichilismo Millsiano o la poetica sonora di cose come Galaxy 2 Galaxy -espressioni peraltro meta-musicali-, non c’era nulla che nella musica potesse ricondurre alla lotta di classe, la riaffermazione della cultura nera o all’industrialismo degenerato della Motor City.

La produzione di musica dance è vincolata alla sua riuscita all’interno di un contesto determinato, a volte valido anche per il semplice ascolto svagato, ma la presenza di una semantica secondaria a quella musicale: a) non è primigenia, b) è contestualizzata a musiche elettroniche (ma non necessariamente, anche se in prevalenza) che non si rivolgono ad un certo tipo di ambiente come prima scelta. Alcuni esempi di ibridazione esistono e si pongono spesso come specchio di una transizione da un mondo all’altro (Orb, Autechre, Aphex) e molto più raramente presentano le capacità di poter fare da ponte tra i due poli (Underworld).

La musica da ballo creata dalle macchine, la house dei primi anni come momento di distacco, sorpassa sia quel punk che si proponeva di unire disimpegno nella costruzione musicale ed impegno nel simbolismo estetico-ideologico, sia l’hardcore americano che finì distrutto in buona parte dalle sue mani, arrivando ad essere una musica senza forma ma che può assumerle tutte; non è un contenitore da riempire perchè nacque come rottura e tuttora nelle sue espressioni maggiori è aggregante senza limitazioni, ma si presta a portare con sé il senso che ogni suo padre ritiene giusto affiancarle.