abbiamo trovato un accordo

13 dic

Non riuscendo più a concepire la critica come “parlare di musica con nozione di causa” ho deciso che forse era meglio parlare di musica e di quello che ci sta attorno. Così.

Un ballo a tre

22 set

Mi domando quanti viaggi in auto con il finestrino abbassato abbia affrontato ascoltandoti, quanti chilometri verso feste, appuntamenti, lezioni all’università o alle superiori o solo vuoti cosmici in cui nulla c’era se non la compagnia fidata di chi ha parlato da sempre la mia lingua e ora che la stanchezza di inseguire Ep reali o digitali, remix ufficiali o non richiesti, hype machine e beatport mi ha fatto mettere da parte le cuffie, ritorni raccontandomi che anche tu non hai più l’esigenza di stupire ma di affrontare le cose con semplicità e quella schiettezza che da sempre ti caratterizzava anche quando l’affare si faceva più sottilmente intellettuale.

Toccherei il cielo con le dita se ritornassimo indietro a fare le cose che abbiamo fatto ma la vita è ora, non si può fare altro che prendere quello che c’è e finalmente dopo tanto sperare c’è qualcosa di solido nuovamente, che mi riempie ma che non mi satura. E allora rimango felice con il dubbio:
“and I don’t know if I love you more
than the way you used to love me
and I don’t know if i need you more
than the way you used to need me but it’s
heaven heaven heaven heaven”

Oppure.

Delle chitarre indiepop, di quando ero deciso e di un altro paio di minchiate che ho in testa da giorni

19 lug

Compilare compile è come mettermi a cucinare, stesso processo di rilassamento e distacco dal mondo attorno. Potrei starci dentro ore e ore e ore senza emettere suoni, concentrato sulla cosa. Ma non è del fare le compile il punto, il punto è che dopo anni e anni e anni di roba che per sei, sette o anche otto minuti variava con costanza e a volte con casualità su sé stessa, raramente proponendo una forma canzone andando a finire sempre e comunque nell’ovatta tenera come mia madre della legna, beh insomma dopo anni così è da qualche mese che sono in dissidio. Ho un conto aperto che non chiudo, che non mi preoccupo di chiudere e che non mi porta particolare disagio. C’è attorno a me chi sa fare molto meglio di quanto facevo io il sentire la legna, avercela in testa e buttarla sul piano inclinato dell’hyperism. Così un bel giorno di troppo caldo mentre spulciavo vecchissime compile di chissà quanti anni fa ho ripreso questa che è elegantemente intitolata “fuffa o no?” e di fatto quello è: fuffa ma anche no. Chitarre indie, ritornelli, malinconie assortite, coriandoli, bottiglie di birra e Death Cab For Cutie. Cose così. Bello, bellissimo canticchiare “and you’re walking away, but where to go to? And you’re walking alone, but how to get through? If you wanna get it right you can own what you choose, but you wanna live a lie, and love what you lose” con il finestrino giù e il braccio fuori, goduto delle mie stonature e felice del mio ego fomentato da chi si volta a guardare e magari spero anche che riconosca il brano, o che gli rimanga per caso in testa a lui che comunque nella vita Ligabue, Subsonica, Afterhours e di recente i Temper Trap da RadioDJ. Insomma, è un periodo strano della mia vita, sono otto mesi che non ho un giorno di ferie, venerdì avrò mezza giornata libera perchè giovedì mi sparo gli Editors (e vabbè) e i Groove Armada a Livorno, ma il 24 perdo gli Underworld perchè suono con Lo Stato Sociale a Senigallia e recupero andando l’11 di settembre alla O2 arena di Berlino con i suddetti più Van Dyke e Van Buuren: fiera della legna. E il 10 i Moderat all’estragon.

L’estate è iniziata, io me ne sto accorgendo pianopiano.
Mi sono tagliato i capelli.
Sto diventando grande tornando piccolo.

una canzone per l’estate

14 lug

mmmh

8 lug

Occhiali. Occhiali grossi. Occhiali nerd. Occhiali hip. Occhiali radical.

Warby Parker: 95$ al paio.

Let’s go to war

21 giu


Electronic Battle Weapon, imparato l’inglese sciolto il mistero: armi per la battaglia elettronica. Parallelamente ai singoli e agli album, i due alfieri mondiali del suono rave rilasciano dj tools devastanti pubblicati esclusivamente su gomma.
Dalla prima sciabolata con “It Doesn’t Matter” sul lato A e “Don’t Stop The Rock” come b-side, le Electronic Battle Weapon sono diventate un culto per chiunque volesse suonare la merce più aggressiva dei Chemical Brothers. Si tratta infatti di versioni estese o semplicemente più rudi di ciò che spesso finirà nel disco a seguire.
Prendete la numero tre: “Under The Influence”, su Surrender la conosciamo in una forma arrangiata e pettinata ma provate il calcio nei denti pubblicato nel 1998 per la Freetyle Dust o se preferite suonate ai vostri amici mi-piacciono-i-chemicals-ma-conosco-solo-HeyBoyHeyBirl la EBW numero sei: lasciate che “Hoops” diventi un take acido supersonico e faccia diventare biondi i mori e glabri i baffuti.

Ma Simons e Rowlands raggiungono nel 2004 l’estasi suprema pubblicando il numero sette della collezione: Chemical Brothers call ravers. Stomp in quattro schiacciato al suolo, arpeggio rapido e secco, analogicità sparsa e sample vocale che recita “where are all my children now?”, se prima ogni arma veniva pubblicata e conseguentemente rinominata per apparire su disco questa volta la catena si spezza, “Electronic Battle Weapon 7″ era e così rimane, per gli amici sarà conosciuta come “Acid Children” e mai nome potrebbe essere più adeguato.
Otto, nove e dieci: “Saturate” su We Are The Night, b-side del singolo “The Salmon Dance”, e per completare la decina, l’ultima in ordine cronologico che chiude un ciclo di armi non solo per la battaglia ma per la distruzione elettronica regalando, anche a chi nel 2010 conosce solo mp3 e file sharing, il catalogo completo delle Ebw su cd a completamento dell’antologia Brotherhood.

Quindi ora arrivate in fondo alla lettura, alzate il culo dalla sedia e impegnatevi nel gesto antico di raggiungere un negozio di dischi, chiedete al commesso antipatico una qualsiasi di queste pubblicazioni pirata. E poi pentitevi.
(altro)

Janelle

27 mag

Where were you in ’85? Janelle nasce nel 1985, ad oggi segna 25 anni e due dischi compreso quello di cui leggete in questo istante la recensione. Janelle nasce con il destino segnato di chi -come tante prima di lei- ha le pelle nera, il sangue rosso e il cervello impegnato in una continua messa black. Apriti cielo, prendiamo Brown James, Hayes Isaac, Gaye Marvin, prendiamo i funkadelic e anche scavando più indietro l’immensa Ella Fitzgerald e la regina Aretha. Scappiamo avanti decenni per Sade prima ed Erykah Baud poi, sorvoliamoli questi decenni di musica black, dai blues del delta fino alla techno di detroit e in mezzo r&b, funi, suol, fascinazioni scifi, house, morte, resurrezione.

The ArchAndroid parte dalla copertina suggerendoti cosa Janelle voglia essere, per prenderti per mano e renderti pacifico, in sintonia con gli africanismi, i mantra e le fughe arty. Janelle a 25 vuole essere già regina e non usa mezzi termini per arrivare alla vetta.

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