Tutto in famiglia

Magda. Magda. Magda. Magda, Magda, Magda, Magda, MagdaMagdaMagda… Questa è la cifra stilistica di Magda. La gioviale signorina di casa M_nus ha sicuramente un bel po’ di tempo occupato a far faccende per l’etichetta di Richie e per tenere a bada tutto quel pòpò di ometto. Ogni tanto poi si ricorda di avere un passato da musicista elettronico e dj e viene interpellata dai ragazzi del Fabric per compilare il numero 49 della serie. Bella storia, vediamo un po’ dove è stata condotta la signorina in questi anni nel suo percorso musicale. Da nessuna parte, ecco dove. Rimangono i suoni mnml che osannavamo 4 anni fa e che a me piacciono ancora molto, ci mancherebbe, perchè il bello va oltre la caducità delle foglie sugli alberi, ma un mixato di questa robetta qui nel 2009 è anacronistico. Anche se Hearthhrob è ancora un figo.
Il 50 però ce lo smazza Martyn, allerta.

A Detroit succede un patatrac in casa FXHE. Leggi FXHE e ti si drizzano le orecchie, fai partire il collegamento e arrivi dentro la testa ripiena di polenta taragna di Omar-S e già prevedi esplosioni. Esce 7 Days a nome Big Strick, al banco del mixer a fare tutte le mossette di EQ, compressione, apri tutto e chiudi tutti c’è l’uomo già nominato, all’inventiva c’è il cuginetto Big Strick che ci dona un 5 pezzi di materia house profonda e con l’afrore della maglietta sudata e di un cocktail fatto a modo. Si parlava più in basso di ritorno all’emozione, i due cugini di sicuro ci mettono il loro contributo.
Si dice che la cosa puzzi un po’ come Osunlade – Afefe Iku, che magari è sempre lui, che forse non si sa bene e blabla. Ma chissenefrega eh.

L’uomo che sussurrava ai tamarri

house is where my vinyls are

Ho riascoltato Reincarnations di Koze, ne avevo già tessuto inevitabili lodi ai tempi e davvero non so dire di meglio.
Koze è l’uomo che in questi anni ha saputo ridare speranza alla house con quel suono lì, al pop con quel suono lì, ai sogni falliti dell’electroclash e le sue smanie di leggerezza. Se ne sono lette di ogni tra nuovi generi, sfuriate e grandi ritorni, ma dopo aver perso la testa per la seconda ondata minimal, essersi lasciati cullare dai nuovi padrini della house (cfr. Osunlade e Omar-S, il giorno e la notte) ed essere tornati ai suoni analogici della O-Ton, la cosa che più mi ha sconvolto -senza paura di spararla- è come Koze abbia dato vita ad un suono trasversale senza essere svilente per gli appassionati o difficile per i fruitori occasionali. Koze ha fatto nel suo piccolo -”piccolo” dovuto all’esplosione della bolla elettronica e l’aumento esponenziale di microproduzioni infamanti, tra cui le mie- quello che prima avevano fatto i Masters At Work con la house di New York e poi i Chemical Brothers con il suono rave, andando a passeggio mano nella mano di chiunque gli passasse intorno. Il suono di Koze è un suono sereno e appassionato anche quando scava nelle profondità, nei drammi, che non diventa mai autistico come può essere una produzione UR o mai spropositatamente funzionalista come ha -fin troppo- insegnato la M_nus.
Rimango convinto della potenza di tantissimi altri suoi colleghi anche ben più rinomati più o meno giustamente, ma quello che Koze ha fatto sul piano ideologico parallelamente a quello musicale è gigante, non è una pera di vita dentro una scena perlopiù asfittica, è credere che ci sia ancora un mondo dietro ai sorrisi che vedi davanti a te nella pista, che non sia solo roba chimica o ubriachezza, che sia possibile donare gioia e bellezza attraverso la musica. Un po’ come sosteneva quello lì con la faccia da classico nero conciato da festa quando girava i dischi in un garage paradisiaco.

Swagga

Dopo il disco di Shack e un po’ di cose lette da max sono ancora più convinto che “dubstep” indichi ormai ben poco sul piano delle caratteristiche sonore. Rimane un’attitudine di massima a livello di costruzione ritmica (non mi riferisco ovviamente a Three EPs, che fa storia a sé) come ha indicato Sgrignoli in appendice alla rece di 5 Years Of Hyperdub, ma il genere in sé ormai va per una strada che è tutt’altro che univoca. 5 Years è un disco estremamente interessante aldilà della bellezza delle canzoni proprio perchè sintetizza bene cosa è stato il dubstep nelle sue fasi primitive (ma non così primitive come nelle produzioni di El-B/Ghost), da dove viene e cosa aggiunge o sottrae a seconda di chi lo interpreta. È il dubstep della Hyperdub, ci fosse stata una 5 Years Of Tempa sarebbe stata un’altra faccenda.
È un genere fortemente figlio del periodo storico in cui si è sviluppato, di una rinata voglia di lavorare uno con l’altro rubando uno all’altro senza seguire dettami particolari se non una passione spiccata per le sovrapposizioni ritmiche, la creazione più o meno spontanea di serate dedicate, Rinse.fm, i dubstep allstars, un modo di fare sano e operoso. Ma è impensabile che un produttore con il suono di Burial possa essere anche solo accostato ad un altro gigante come Kode9, sono due campi di gioco diversi e basta avere le orecchie, ma mica solo questi due, ce ne sono decine di produttori che diciamo dubstep ma suonano anni luce uno dall’altro. Potrebbe sembrare una scontatezza ma nel mondo techno, sia esso minimal, deep oppure dub c’è una maggiore comunanza nella costruzione e nelle suggestioni trasmesse, vuoi perchè più storicizzato (dio!), vuoi perchè è una musica che ancora oggi mantiene al suo interno un certo bisogno di funzionalità legata a certi scopi. Il dubstep ha incominciato a vivere la stagione dei dj tool solo da poco tempo.. Ma dubstep è stato anche quel suono che ci suggerisce 5 Years, ed è un raggrupamento forzato sempre più ogni giorno che passa, ogni uscita che pubblicano. L’esperienza Skull Disco, Skream+Benga, Vex’d o Boxcutter, li mettiamo insieme ma non ci azzeccano quasi più nulla uno con l’altro. Ed è fighissimo!

A Berlino in pulmino

Ci piace un casino: Mark Ernestus, Tikiman, Modeselektor, Substance (live con le sue produzioni su Chain Reaction!), Sleeparchive (live), Deuce (live + dj set), Shed (djset dal UK Hardcore alla Gabba, niente al di sotto di 140 bpm). HUGE.
Per un valido motivo: 20 anni di Hardwax. Si entra con 15€.

There’s a light that never blabla

Il suo nome è Kieran Hebden aka Four Tet, noto a molti grazie al meraviglioso disco Rounds, nel 2009 ha sorpassato a destra tutti assieme a Burial in Moth/Wolf Cub. Adesso ci riprova, da solo.

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